26 settembre 2007

TheGo! Team


Ian Parton è la mente dei Go!Team, nonostante sia nato e cresciuto a Brighton in Inghilterra la sua musica prende ispirazione dall’hip hop old school, quello nato a sud del Bronx nei primi anni ’80. Questa è la base della band, perché il mondo dei Go!Team è caleidoscopico, mescola i colori del carnevale di Notting Hill Gate e i cori delle cheerleaders alle sigle tv dei cult eighties.Questo impasto di colori ha reso speciale il loro debutto Thunder, Lightning, Strike che nel 2005 ha avuto una nomination al Mercury Music Prize. A completare l’unicità della band una vocalist d’eccezione come Ninja, solare, scherzosa e tosta sembra uscita da un film come Crookers di Spike Lee tra idranti aperti che allagano la strada, sfattoni e bambine con le trecce che saltano la corda. Il nuovo album s’intitola Proof Of Youth e non delude le attese con quel suo tipico gusto da mixtape registrato in cantina.

Qual è stato l’ostacolo più grande che vi siete trovati di fronte nel realizzare il nuovo album considerando il successo del primo?
Ian: Mi sono tormentato mesi a pensare come avrei potuto sviluppare l’idea del primo album, che ha caratterizzato lo stile della band, senza ripetermi ma evolvendola. Alla fine mi sono focalizzato verso un suono più accurato, più noize, più grandioso, crazy e allo stesso tempo scadente. Vorrei far capire al nostro pubblico che siamo qualcosa in più di una semplice dance band. Mi sono sempre sentito a disagio nella categoria dance. Ho cercato di aggiungere nuovi elementi come il suono delle chitarre al funk, all’hip hop e alle girlie voice del nostro primo album.

Ascoltando la vostra musica si avverte uno spirito home made, come se avete registrato le canzoni dal vivo in un basement, è questo l’effetto desiderato o è solo una mia sensazione?
Ian: E’ una definizione che mi piace. E’ questo che intendevo per suono scadente, ricreare il suono sporco di una band rock garage che suona dal vivo pur facendo un tipo di musica diverso. Sono contrario a chi spende molti soldi per uno studio di registrazione ipertecnologico, preferisco chi incide i propri album da solo in camera da letto con un risultato più eccitante e anche maleducato ma è questa la sensazione che spero emerga dal nuovo album. Odio le produzioni lussuose.

I vostri pezzi sono delle vere e proprie costruzioni sonore, quali sono le fondamenta?
Ian: Ho una collezione di dischi enorme e guardo molta tv, le canzoni dei Go!Team nascono sempre da un samples o da un campione che può durare anche solo tre secondi, poi ogni membro della band ci si deve confrontare aggiungendo qualcosa di personale fino a quando non abbiamo la consapevolezza che quello che stiamo creando è una canzone.

Immagino che presterai molta attenzione ad ogni singolo suono per riuscire a catturare il sample giusto…
Sono in costante ricerca del suono giusto, guardo molti documentari, presto molta attenzione a qualsiasi tipo di musica e faccio molta ricerca ad esempio settimana scorsa ho acquistato quindici album di colonne sonore di Bollywood.

Siete un gruppo formato da sei elementi. Avete un gusto comune, o è proprio la diversità di ciascuno a determinare lo stile dei Go!Team?
Ian: Il primo album aveva molto a che fare con il mio gusto personale, era in pratica già scritto quando ho formato la band. E' stato interessante riuscire a trovare, per il nuovo album, un suono che c’identifica tutti.
Ninja: Siamo tutti buoni amici che hanno deciso di formare una band ma ognuno di noi ha un background diverso e quindi un gusto personale, c’è chi ama il folk, chi il punk, ma tutti amiamo la musica. Ad esempio io non conosco la musica che piace ad Ian, come bside del singolo Grip Like A Vice abbiamo registrato una cover di Bullet in the Heather dei Sonic Youth, io prima di allora non sapevo chi erano. Io non compro cd, mai!Ne ho alcuni ma non so da dove sono sbucati, la mia musica preferita è l’hip hop degli anni’90 per il resto ascolto la radio e guardo la tv e se c’è una melodia che mi piace la canticchio.
Immagino non sia facile per voi ricreare i suoni dell’album dal vivo.
Ninja: E’ molto difficile! Ma dobbiamo farlo. Chitarre, armonica, synth, sirene della polizia, archi, chitarre, samples, scratch, è impossibile portare tutto sul palco. Le nostre canzoni cambiano molto dal vivo e di volta in volta. Ogni show è super divertente, credo che sia molto bello guardarci per il tipo d’intrattenimento che offriamo.

I Cori delle cheerleader sono una delle vostre principali fonti d’ispirazione. Ninja, è vero che dal vivo cambi completamente i testi delle canzoni improvvisando?
Ninja: Sì! Li scrivo prima di salire sul palco ad ogni data, i nostri testi non hanno un vero senso, sono solo frasi urlate proprio come gli incitamenti delle cheerleaders, i testi seguono le canzoni e danno a ciascun pezzo quello di cui ha bisogno e poi io ho sempre voluto essere una cheerleader!

The Presets


Buio, sudore, bagliori strobo, laser e una voce che urla: “I Wanna Go Down Down Down!”. Voglio scendere in basso, toccare il fondo dell’abisso senza farmi riconoscere, maschere di plastica a deformare il volto, voci distorte e pupille dilatate, è questa l’atmosfera inquieta che popola la musica degli australiani The Presets risorti dalle ceneri dell’electroclash in questo periodo in cui il revival acid house è tanto cool.(Ma lo è ancora?) Scoperti dell’osannata etichetta australiana Modular e messi sotto contratto europeo dall’International Deejay Gigolo immaginavo Julian Hamilton e Kim Moyes come due alienati schizoidi e invece mi trovo davanti due sorridenti ragazzoni in bermuda, tshirt e flip-flop insomma un look da ready for the beach. Rimango un po’ deluso lo ammetto perché amo la coerenza ma metto da parte i pregiudizi e inizio a parlare con il duo, gentilissimo, del loro primo album Beams.

Quando hanno iniziato a girare i vostri primi singoli eravate associati all’electroclash, oggi invece siete diventati nu rave, non sarebbe più bello un mondo senza generi dove ognuno è quello che suona e basta?
Kim: Il paradiso esiste davvero? A noi non interessano queste etichette davvero, servono solo a far parlare della band, poi tanto è la nostra musica a prendere la parola. Il nu rave mischia il rock e la dance ma noi onestamente di rock abbiamo solo una batteria che suoniamo dal vivo, siamo una band techno con una batteria live, come succedeva nelle band disco, prima che fosse inventata la drum machine.
Julian: Io vedo The Presets più come un progetto pop perché le nostre canzoni sì, si possono ballare, ma anche solo ascoltare a differenza della techno, noi abbiamo cercato di rendere la nostra musica ascoltabile anche per le persone che non frequentano la scena dei club.

Oltre ai pezzi più da club ci sono episodi strumentali alla Giorgio Moroder, è una fonte d’ispirazione per voi?
Julian: Assolutamente, è il re dell’electro-synth!I pezzi strumentali come Worms o Black Background sono l’altra metà della nostra faccia, ci piace l’idea che le persone che ascoltano il disco trovano anche qualcosa d’inaspettato e diverso dai singoli che girano come Are You The One? e Down Down Down. E’ il nostro lato più oscuro, torbido e se vuoi sperimentale.

Avete studiato musica classica, come siete finiti a fare techno?
Kim: Anche se di giorno suonavamo strumenti classici, la notte ci piaceva ballare e poi la dance e il pop avvicinano le persone a differenza dalla classica che va ascoltata da soli e in silenzio.

La cosa che più mi piace di Beams è che suona come un viaggio di cui si conosce partenza ma non la destinazione d’arrivo e ogni volta che lo ascolto è diverso, voi come la vedete?
Kim: Wow! Grazie, sono d’accordo, ci piace che le persone rimangono un po’ estraniate dal disco che è stato concepito proprio come un viaggio verso l’ignoto.

Sulla copertina del vostro album e anche nei video avete un’immagine molto costruita a differenza d’oggi che siete molto “un jeans e una maglietta”. Come siete in realtà?
Kim: Così come ci vedi. Non abbiamo bisogno di nasconderci dietro ad un look. Anche on stage siamo così.

Allora non mi spiego certe vostre scelte…
Kim: Non ti seguo.

Sul disco e nei video indossate pellicciotti, maschere di plastica, ci sono molti simboli sulla copertina come scorpioni, teschi, candelabri, un gatto nero, tutto questo non ha nessun significato?
Kim: Forse dovremmo chiederlo a chi ha scattato la foto dell’artwork.
Julian: La copertina esprime i sentimenti che popolano le canzoni.

Quindi il look per voi non ha importanza?
Kim: No.

Ok, qual è la musica che vi ha influenzato?
Kim: I primi album di Daft Punk, Bjork e The Chemical Brothers.Soprattutto i Daft Punk, credo che il loro primo album abbia segnato la storia della musica contemporanea.

L’ultima vostra scoperta?
Julian: Amiamo l’album dei Digitalism sono fantastici, ultimamente non ascoltiamo altro.
Kim: E poi ascoltiamo molto hip-hop, Jay-Z è un genio.

Il vostro club ideale?
Julian: Piccolo, buio, con i muri sudati e The Presets che suonano live.

Editors


Ancora prima che uscisse, il nuovo album degli Editors era anticipato come l’album più cupo di tutti i tempi, scomodando paragoni con Joy Division o con i Manic Street Preachers di The Holy Bible, confronti pesanti e anche pretenziosi ma oggi, una volta ascoltato An End Has A Start ci si rende conto che ogni riferimento è superfluo. La band di Birmingham ha un’identità propria e definita pur essendo inevitabilmente cresciuta ascoltando Ian Curtis, ma questo si può dire di molte altre band che però non possiedono l’abilità nello scrivere canzoni belle come gli Editors sanno fare. Inoltre intorno alla band di Tom Smith non c’è nulla, voglio dire nessun hype, nessun look studiato, nessuno a strillare che questa band vi cambierà la vita, è sempre stato così sin dal loro esordio con l’album The Back Room, gli Editors hanno sempre lasciato parlare le loro canzoni perché sono queste che durano nel tempo e che li hanno portati in cima alle chart.

Tom cosa hai fatto una volta finito il lungo tour di The Back Room?
Mi sono isolato e rinchiuso tre mesi, ho pensato ai testi, ai ritornelli per il nuovo album e mano a mano li spedivo alla band per avere un riscontro, non abbiamo pianificato nulla abbiamo solo pensato andiamo avanti e vediamo cosa succede.

Per me The Back Room era un album claustrofobico mentre An End Has A Start è più aperto, quasi arioso pur restando cupo, qual è il vostro punto di vista?
Hai ragione, è così, ci sono molte parti melodiche ariose, le canzoni si aprono e c’è meno angoscia e soffocamento e i testi sono spesso in contrasto con la melodia.

Il titolo dell’album è solo un gioco di parole o cela un significato preciso?
Molte canzoni dell’album potrebbero intitolarsi come l’album stesso per i temi che trattano. La morte è molto presente in questo lavoro perché purtroppo negli ultimi anni è stata una presenza costante nella mia vita con cui mi sono dovuto confrontare. Ho imparato a convivere con quest’elemento che fa parte della natura umana e che mi ha sempre spaventato ma di cui oggi non ho più paura. Certo non era nostra intenzione spaventare le persone con i nostri testi e infatti c’è molto amore a compensare questo disagio.

Come mai avete scelto come primo singolo Smokers Outside The Hospital Doors il pezzo che apre l’album, ha canzoni molto più immediate e radiofoniche di questa…
Perché non ci piacciono le soluzioni facili, ci andava di tornare con un pezzo di cinque minuti che finisce con un coro, abbiamo fatto una scelta artistica piuttosto che radiofonica, inoltre il video è stato girato da Arny & Kinsky registi dei video dei Sigur Ros e aggiunge un lato poetico e romantico al pezzo. Smokers Outside The Hospital Doors è una canzone che ti cresce dentro, ascolto dopo ascolto.

Siete tra i pochi gruppi che si sono fatti da soli, non siete mai stati supportati da campagne promozionali massicce, ne venduti come the next big thing, non è più gratificante raggiungere il successo in questo modo?
Certo, ma questa è un’attitudine tipica della stampa inglese noi l’abbiamo scavallata e ci siamo fatti le ossa suonando, per questo anche questo album lo abbiamo affrontato in tutta tranquillità senza pressioni. Questo ci ha permesso di liberare senza preoccupazioni la nostra creatività, ti dico solo che è stato difficile scegliere quali canzoni mettere sull’album, ne abbiamo scartate molte ma le pubblicheremo come b-side anche se si meritano di essere delle a-side.

An End Has A Start è un album che colpisce al primo ascolto ma più si ascolta e più si apprezza e si percepisce il lavoro che avete fatto, quanto ha contribuito al risultato finale aver lavorato con Garret “Jacknife” Lee alla produzione?
Molto, Garret è un ragazzo giovane e pieno d’idee, non sta mai fermo ed è in costante ricerca di qualcosa di diverso, siamo cresciuti molto e insieme lavorando a quest’album che è pieno di dettagli. Come hai detto tu più ascolti i pezzi e più ti accorgi di qualcosa che prima non c’era, Garret è riuscito ad entrare nella nostra testa e noi nella sua ed è stato un posto piacevole dove stare. Garret è convinto che ogni canzone debba essere vissuta come un momento religioso, come se il mondo si fermasse per un istante ogni volta che l’ascolti, è questa la sensazione che abbiamo cercato di ricreare in ogni pezzo. Abbiamo cercato di dare un impatto emotivo a ciascuna canzone, ci sono pezzi intensi e altri più leggeri che s’incastrano tra loro formando un percorso emozionale.

L’album è stato definito come il più cupo di tutti i tempi, che effetto ci fa?
Ci abbiamo riso sopra. A livello di testi è sicuramente più dark ma musicalmente è un album che funziona in diverse situazioni, puoi ascoltarlo prima di andare a ballare, in macchina mentre guidi o per piangere, non volevamo fare un album deprimente ne tanto meno allegro, è un album che parla di grandi cose come la vita, l’amore e la morte attraverso testi forse meno criptici del nostro esordio ma lo stesso misteriosi, mi piace mantenere nei testi una sorta d’ambiguità.

Quali sono gli album che ti porterai in tour quest’estate?
Il nuovo album dei The Boxer Rebellion che ho la fortuna di avere in anteprima ed è bellissimo, “The Sound Of Silver” di LCD Soundsystem e i Late Of The Pier una nova band inglese molto interessante.

Gogol Bordello

Eugene Hutz non è un personaggio qualunque, nato a Kiev in Ucraina a quattordici anni scappa con l’intera famiglia in America a seguito della catastrofe nucleare di Chernobyl trovando rifugio a Burlington nel Vermont. Annoiato dalla provincia scappa a New York dove scopre una folta comunità d’immigrati est europei con cui forma in veste di leader i Gogol Bordello. Super Taranta è il quinto lavoro della band, pubblicato dopo il successo di Gypsy Punks ottenuto in concomitanza con la partecipazione di Heugene in veste d’attore al film Ogni Cosa è Illuminata del 2005 dove recita al fianco di Elijah Wood. In Super Taranta punk, folk, ska, dub e la musica dei balcani si fondono in un unico stile che sconfina nel metal.

La musica dei Gogol Bordello è un turbinio di generi che s’incastrano al folk gitano, qual è il criterio con cui è creato ciascun pezzo?
L’intento dei Gogol Bordello è quello di procurare un orgasmo isterico a chiunque ascolta la nostra musica.
In quest’album abbiamo cercato di incorporare il gusto di ciascun membro facendolo esplodere con l’aiuto guida dell’alcool. Lo spirito dei Gogol Bordello è formato da contrasti.

Alla regia del nuovo album c’è Victor Van Vough, storico membro dei The Bad Seeds di Nick Cave, com’è nata questa collaborazione?
E’ difficile trovare un produttore che si adatti alle nostre esigenze, perché è difficile spiegare nello specifico tutti gli elementi che formano la nostra musica, più volte ci siamo trovati di fronte persone che non capivano il nostro intento. Victor è un fan dei Gogol Bordello sin dai nostri esordi, siamo ottimi amici e per questo sa cosa vogliamo, quando gli dicevo: questa canzone è un raggae metal dub, invece di rispondermi ma che cazzo vuol dire? Diceva ok bene, facciamola allora! Lavorare con lui è stato molto spontaneo.

Quando sei sul palco sembri totalmente coinvolto nella performance, come se perdessi ogni controllo, è un atteggiamento naturale o hai lavorato per ottenere questo risultato spettacolare?
Perdersi nella cerimonia del live fa parte del nostro essere. Sono vittima di una sorta di perfezionismo, solo che una volta raggiunta la perfezione mi viene voglia di mandare tutto a puttane per ricominciare da capo, è una strana sindrome lo so.

Ti sei definito un Nuovo Ribelle Intelligente, cosa significa esattamente?
In realtà è un termine che un giornalista ha usato per descrivere la nostra musica di cui mi sono appropriato perché racchiude l’essenza della band. Per me si tratta dell’essere umano, di mostrare a tutti la propria identità, di non aver paura di vivere tutti gli aspetti che la vita ci offre, può essere una bevuta al bar con gli amici, una passeggiata di notte, esporre le proprie idee senza averne paura.

L’alcool è un elemento costante nella tua vita. Lo consideri un amico o un nemico?
Ne l’uno ne l’altro, ma di sicuro la mia vita non sarebbe la stessa senza alcool anche se abbiamo un rapporto difficile.
So che hai recitato in Filth & Wisdom debutto alla regia di Madonna, cosa mi puoi dire a riguardo?
E’ un cortometraggio di cui sono protagonista, ma l’intera band compare è nel film. E’ da un anno circa che sono a conoscenza del fatto che Madonna è una fan dei Gogol Bordello, attraverso amici d’amici ci siamo incontrati e abbiamo parlato a lungo. Madonna è una persona divertente, rispettosa, e collaborativa, mi ha offerto un ruolo nel suo film e io mi sono trovato davanti ad un’offerta irrinunciabile, ero eccitatissimo all’idea di lavorare con lei. Io interpreto un personaggio dall’animo filosofico che in realtà mi rispecchia molto. I Gogol Bordello hanno contribuito con tre brani alla colonna sonora, sono contento di averlo fatto nonostante non ne avessi il tempo, è stata un’esperienza molto creativa, intelligente e superdivertente. Tutti dicono di lei che è una professionista, dopo averla vista diero alla macchina da presa ho capito perché. Per quanto riguarda i brani dei Gogol Bordello direi che danno un tocco “heavy” alla pellicola, aspettate e vedrete!

These New Puritans

Musica e moda si sono sempre ispirati a vicenda, movimenti storici come punk, glam e grunge non sarebbero stati gli stessi se questi due mondi non fossero entrati in collisione. In costante caccia di nuovi stili e forme, i ricercatori dei nuovi trend a questo giro si sono imbattuti in un fenomeno che va al di fuori della fittizia corrente nu-rave dettata dalla stampa e poi seguita dai giovani. Inoltre, l’epicentro di questo nuovo fenomeno per una volta non è Londra ma Southends-On-Sea, nell’Essex, a quaranta minuti dalla capitale, dove tutto è cominciato grazie ad una serata chiamata Junk, organizzata da Rhys “Spider” Webb, un eccentrico ragazzino tutto nero con i capelli cotonatissimi meglio conosciuto oggi come l’organista dei The Horrors.Per una volta il popolo di Londra si è ritrovato a dover migrare in provincia per partecipare alla serata più cool in circolazione. Questo a fatto sÏ che designer, etichette discografiche, fotografi e ogni mente creativa di vedute aperte si accorgesse di questa folla di ragazzini rigorosamente magri, vestiti di nero, con make up e minuziosa ricerca del dettaglio, i così detti “poseurs”. E’ così che un branco di ragazzini da poco maggiorenni diventa la maggior fonte d’ispirazione sia per la moda, primo su tutti nel farsi contagiare è Heidi Slimane, che nella musica dove etichette come Angular Records, Modular e Moog mettono sotto contratto The Horrors, Neils Children, The Violets, Wretched Replica e These New Puritans.Proprio i These New Puritans sono stati gli ultimi incaricati (prima di loro The Rakes e Eight Legs ) da Heidi Slimane di comporre la colonna sonora per la sfilata f/w 2007-08 di Dior Homme, in cui ha sfilato come modello il batterista George Barnett. Oggi il mito del Junk è finito, la serata ha chiuso i battenti lasciando il posto ad una nuova chiamata Experimental Circe Club che i puristi tendono a snobbare considerandola commerciale. Resta però lo stimolo, la creatività che ha fatto in modo che una band come i These New Puritans fosse prima notata dall’Angular, poi dalla Alt-Delete che li ha inseriti nella must have compilation Digital Penetration e oggi messi sotto contratto dalla Domino, etichetta dei Franz Ferdinand. Già definiti come la nuova sensazione musicale che segnerà il 2007, These New Puritans sono una band formata da quattro ragazzini più o meno ventenni: i gemelli Jack e George Barnett, rispettivamente batteria e voce/chitarra, Thomas Hein al basso e unica ragazza Sophie Sleigh-Johnson al sintetizzatore. Oltre ad un paio di brani sparsi in compilation l’unica official release della band è il Now Pluvial e.p. un 7inch andato immediatamente a ruba e già oggetto di culto, ma testimone di un suono aggressivo a tratti psicopatico, in cui la melodia pop si scontra con il punk e la musica industrial creando un ibrido difficilmente catalogabile. Ho incontrato l’uomo simbolo dei These New Puritans, il batterista George Barnett, poco prima di un suo concerto al London Loves, chi mi trovo di fronte è un bambino sbattuto in passerella che non si rende ancora ben conto di quello che gli sta ruotando intorno, ma quando è sul palco sembra avere le idee piuttosto chiare.

Il vostro primo album dovrebbe uscire in estate su Domino, puoi anticiparmi qualcosa?
Ci stiamo lavorando, abbiamo ancora tre settimane davanti da passare in studio, stiamo lavorando con Gareth Jones che ha lavorato con Liars, Einstürzende Neubauten, Wire, Depeche Mode, ma soprattutto negli anni ’80 ha prodotto la migliore di musica industrial tedesca, ed è per questo che abbiamo deciso di lavorare con lui. Abbiamo molte idee e le stiamo realizzando. Uscirà a fine agosto.

Quindi mi stai dicendo che le vostre canzoni partono da un’idea?
Si, non ci piace jammare in studio, ci piace avere le idee concrete, pensare a come sarà la canzone, al suo sviluppo e riuscire a concepirla esattamente com’Ë stata pensata. Poi la suoniamo live e la editiamo con il computer.

Avete gia un titolo pronto?
No, abbiamo diverse idee, l’unica cosa certa è che uscirà un singolo prima dell’estate e si chiamerà Numbers.

Come descriveresti il Junk club, considerando che l’hai vissuto in prima persona?
Era figo, la cosa impressionante è stato vedere con quanta rapidità sia diventato un fenomeno di culto. Noi tutti veniamo da Southend-On-Sea e non c’è molto da fare da quelle parti, il Junk è partito come una festa tra amici intimi organizzata da Spider dei The Horrors ed in poco tempo è diventato un fenomeno di massa, la gente arrivava da Londra per partecipare alla serata e a noi sembrava assurdo visto che solitamente eravamo noi a spostarci. La musica suonata era un mix tra techno e noise e la location era un vecchio albergo molto suggestivo, c’erano tre livelli e ogni sera si esibiva una band locale.

Come hai incontrato Heidi Slimane?
L’ho incontrato a Parigi, Heidi è un mentore per noi, è un ottimo amico e un gran talento creativo che va oltre la moda.

Si dice che i vostri live siano diretti e selvaggi, ti ci ritrovi?
I nostri live sono come un attacco di cuore, e sono per noi un modo di esorcizzare la noia, venti minuti di violenza. Le canzoni sono più crude e aggressive, spogliate dalla produzione.

Chi sono i tuoi punti di riferimento nella musica?
Sono completamente ossessionato dalla musica dei Captain Beefheart e Dr.Feelgood, inoltre apprezzo moltissimo Fela Kuti, è un grande.

The Horrors


Vi siete mai sentiti un pesce fuor d’acqua? A scuola eravate gli strani della classe solo perché detestavate quello che piaceva a tutti e avevate uno stile personale?Vi trattavano come foste mostri? Rhys “Spider” Webb si sentiva proprio così, un escluso, perché amava la musica garage degli anni ’60, il vinile invece degli mp3, i b-movie e il nero ma poi un giorno a Londra incontra dei weirdo molto simili a lui e inizia a sentirsi meno solo. Tra Spider, Faris Rotter e Tomethy Furse s’instaura un forte legame per via delle passioni in comune, Spider stanco di dover migrare ogni volta nella capitale inglese in cerca di una scena famigliare crea nel basement di un Hotel a Southend, suo paese d’origine, una serata che si chiama Junk Club che inaspettatamente diventa un cult. Al club i tre incontrano Coffin Joe e Joshua Von Grimm insieme formano i The Horrors e il resto è leggenda, ma la battaglia non è ancora finita perché raggiunta la notorietà si sono dovuti rapportare con gli scettici, gli invidiosi, i bigotti che su di loro hanno detto di tutto: che non sanno suonare, che sono un fenomeno costruito a tavolino, che sono solo immagine perché hanno lanciato uno stile e sono stati messi in copertina di NME molti mesi prima dell’uscita del disco. Intanto l’album Strange House è una delle uscite più importanti dell’anno e se lo merita perché era dai tempi del punk vero che non si sentiva tanto furore, creatività ed energia sia su disco che dal vivo. Enjoy The Horrors experience with the bassist Tomethy Furse:

Mi racconti come vi siete incontrati?
Ci siamo incontrati in alcuni piccoli bar di Londra dove suonano musica garage e si ha la possibilità di incontrare persone con gusti simili. In seguito frequentando il Junk Club e conoscendoci meglio ci siamo accorti di avere molti più punti in comune oltre alla musica e così abbiamo formato la band. La prima volta ci siamo esibiti proprio in uno di questi piccoli locali, ricordo che era un martedì e avevamo provato pochissimo, la sera a fine concerto ci hanno chiesto di tornare il sabato seguente.
Cosa ha reso il Junk Club una serata speciale per te?
Era la prima volta che andavo in un club in cui la musica era perfetta per l’intera notte, il pubblico prendeva il treno da Londra per venire alla serata, i creativi della città arrivavano per ispirarsi mentre i frequentatori usuali del locale avevano molti interessi in comune da condividere oltre al look.

Non è usuale che degli adolescenti si appassionino alla musica punk garage rock, certo esistono le eccezioni, tu come ti sei innamorato del genere?
E’ stata una combinazione d’elementi ma il mio primo approccio al genere al punk è stato tramite una compilation del CGBG che esplora il punk dai suoi esordi ad oggi, quello che mi ha colpito è che ogni band presente sulla compilation aveva uno stile forte e personale pur facendo lo stesso genere. Una nostra caratteristica è quello di buttare insieme tutte le sonorità dei gruppi che ci piacciono trasformandole con il nostro sound.

Come dietro ad ogni fenomeno ci sono molte malelingue che girano su voi, come reagite?
Ce lo aspettavamo, la cosa più divertente è che dicono che siamo una band costruita, ma le band costruite occupano il primo posto delle classifiche e noi non ci arriveremo mai. La nostra immagine è un complemento alla nostra musica come la musica che facciamo è un riflesso della nostra immagine, ascoltando o facendo un altro tipo di musica avremmo avuto un altro stile. E’ una vergogna che si parli solo di vestiti e non di musica.

E’ vero che Faris (il cantante n.d.g.) tempo fa è stato aggredito per le strade di Londra da alcuni fascisti perché considerato troppo strano?
Sì ma probabilmente stava camminando nella parte sbagliata della città! Certo accade spesso che la gente ci urli degli insulti quando siamo per strada, all’inizio ci fai caso ma poi scivolano via tutto.
C’è un artista in particolare che vi ha ispirato?
Più che un genere o un artista è l’attitudine di un suono o di una band a colpirci. Personalmente amo molto i primi lavori di Nick Cave per la sua creatività, perché riuscì ad imporre uno stile nuovo e personale. Se ascolti la nostra musica troverai dei riferimenti inaspettati come la jungle associata ai suoni garage di Sheena is a Parasite.

A proposito di Sheena is a Parasite come avete fatto a convincere Chris Cunningam a girarvi il video?
E’ stato lui a contattarci personalmente dicendoci che Sheena is a Parasite era diventata la sua ossessione, che non ascoltava altro e che doveva assolutamente girarci il video. Siamo delle persone molto simili e lavoriamo nello stesso modo, non ci piace scendere a compromessi, sapevamo entrambi che il video di Sheena non sarebbe mai passato in tv per via della censura ma a noi interessa storpiare un’idea per questioni di marketing.

Le persone che vi criticano probabilmente non sono mai state ad un vostro concerto dove regna la spontaneità e non si sa mai cosa può accadere, ho notato anche una certa auto ironia, non me lo aspettavo…
Hai capito però, è proprio la spontaneità a caratterizzare i nostri concerti e a renderli differenti ogni sera il problema è che la stampa è sempre lì ad aspettare che facciamo qualcosa di strano, tempo fa per un paio di sere Faris si è dipinto le mani di nero e mentre cantava imbrattava le facce dei ragazzi nel pubblico, la stampa ne parla ancora desso come se lo facessimo ad ogni show.

Non voglio insistere sulla vostra immagine ma se oggi tutti si vestono con i pantaloni attillati è merito vostro e marchi come Cheap Monday o April77 stanno facendo una fortuna grazie a voi, ne siete consapevoli?
Ho certo! (scoppia a ridere). Non apprezzo tutto quello che sta facendo la moda ma i ragazzi di April 77 sono dei grandi perché è un brand che va a pari con la musica, è concepito per essa. E poi spero che i ragazzini che si vestono come noi inizino ad ascoltare anche una musica migliore.

The Cinematics


Sono sempre di più le giovani band che emergono dal suggestivo panorama scozzese, dopo Franz Ferdinand e The Fratellis i The Cinematics potrebbero diventare la nuova big sensation del rock anche se con le band sopra citate hanno ben poco a che fare se non geograficamente. A Strange Education il loro primo album riflette paure e ansie della società attraverso canzoni affilate dall’animo dark, a volte atmosferiche ed estranianti, altre contaminate da un ritmo dance. Pensate a band come Interpol o Editors ma con un’attenzione scrupolosa nei testi e con un occhio aperto sul sociale. La parola a Scott Rinning, leader dei The Cinematics:
La prima volta che ho letto di voi, il vostro nome mi ha fatto pensare ad una musica cinematica, ma poi ascoltando le vostre canzoni cariche d’atmosfere dark penso che il vostro nome sia riferisca più alle emozioni che scaturiscono dai pezzi, è così?
Grazie, solitamente tutti ci chiedono qual è il nostro film preferito, ma in realtà il nostro nome si riferisce proprio al tipo d’emozione che le nostre canzoni provocano, penso che i nostri pezzi siano molto visivi, mi piace pensare che ascoltando le nostre canzoni ognuno puÚ crearsi una sorta di film nella propria testa. Abbiamo scritto molte canzoni prima di decidere il nome appropriato per la band.
Vi siete formati nel 2003 ma il vostro primo album A Strange Education sta per uscire ora, considerando che nel presente tutto succede molto in fretta in ambito musicale, come mai avete impiegato tanto tempo prima di pubblicare l’album?
Onestamente sono contento di come sono andando le cose, non ci piace l'idea di essere sbattuti in prima pagina di qualche giornale figo come la nuova next big thing, quando ci siamo formati non avevamo l’esperienza ne la maturità per affrontare una cosa del genere. Non eravamo un gran che nemmeno on stage, mentre oggi con tutti i concerti che abbiamo alle spalle siamo migliorati molto e offriamo al nostro pubblico ciò che si aspetta senza deluderlo.
C’è un messaggio politico che aleggia nei vostri testi, al giorno d’oggi non sono molti i gruppi che esprimono le proprie opinioni, credi comporti dei rischi prendere una posizione nella musica?
I testi sono fondamentali per noi, non sono un riempitivo, parlano principalmente delle relazioni tra gli esseri umani, ci sono così tante cose che accadono attorno a noi a cui ispirarsi o per cui incazzarsi, non posso dire che siamo una band politicizzata ma a nostro modo cerchiamo di dare un messaggio. Ad esempio un pezzo come Keep Forgetting è stato influenzato da un libro di Milan Kundera “Il libro del riso e dell’oblio” e mi è sembrata perfetta per descrivere quello che Tony Blair sta affliggendo all’Inghilterra. Purtroppo nei giorni nostri molte band credono che parlare di politica o della società sia da sfigati, e pensano solo a far divertire chi ascolta, io non ho nulla in contrario al divertimento ma non per questo devo cantare di ragazze, alchool e droghe, bisogna fare attenzione a non confondere un musicista con un intrattenitore quale potrebbe essere Robbie Williams.
Non è un caso che il vostro album s’intitoli A Strange Education, si riferisce alla società?
Quando qualcuno guarda un film, legge un libro o ascolta una canzone si fa un’idea personale e vive sulla propria pelle emozioni che non sono condivisibili con altri, per quanto mi riguarda io ho pensato al titolo proprio riflettendo sulla società, ma mi piace pensare che ognuno trovi il proprio significato.
La stampa inglese tende ad associarvi ai Franz Ferdinand anche se siete molto diversi, è solo perchè entrambe venite da Glascow?
I media esistono per inventarsi le così dette scene musicali, ma io credo che solo l’idea di creare una scena sia ridicola, chiunque con un po’ di cervello lo pensa perché se esiste una band di qualità a Glascow e conquista l’attenzione della stampa, non è detto che Glascow sia piena di band degne di nota, se un gruppo ha buone capacità può emergere da ogni posto sulla faccia della terra, soprattutto oggi con internet. Forse l’unica cosa che potrebbe accomunarci con i Franz Ferdinand è che siamo cresciuti ascoltando la stessa musica, ma non ne sono convinto, io da teenager ascoltavo Smashing Pumpkins, Radiohead, Jeff Buckley, e poi grazie alla collezione di dischi di mio fratello maggiore ho scoperto Cure, Echo and The Bunnyman e Joy Division. Non voglio sembrare antipatico ma non credo che nell’album dei Franz Ferdinand o dei The Fratellis ci sia un pezzo che ti faccia sedere e riflettere.

Simian Mobile Disco


A volte basta sapersi reinventare. James Ford e James Shaw formavano due quarti dei Simian, band indie electro rock di Londra scioltasi nel 2005. Da allora i due James hanno cambiato pelle evolvendosi nei Simian Mobile Disco, dj e produttori divenuti subito cult dopo che un altro duo di dj, i francesi Justice, hanno remixato un vecchio pezzo dei Simian, We Are Your Friends, facendolo diventare un disco anthem a band oramai sciolta. Oggi, qualsiasi cosa toccata dai Simian Mobile Disco prende il volo in classifica, James Ford quando indossa i panni da producer ha il potere di trasformare l’acqua in vino, senti Klaxons e il nuovo Arctic Monkeys. Attack Decay Sustain Release è una bomba, un album dance veloce e immediato, canzoni da ballare dall’animo rock’n roll se pur di chiatarre non ci sia la minima traccia, il futuro della dance si chiama Simian Mobile Disco accoglieteli in casa vostra e iniziate la festa.

Com’è successo che da indie band vi siete reinventati in un team di dj e produttori?
James Ford: E’ strano perché noi non sentiamo di esserci reinventati, posso capire che per chi sta al di fuori è così ma noi viviamo i Simian Mobile Disco semplicemente come uno sviluppo, altrimenti avremmo cambiato completamente nome. Sciolti i Simian abbiamo cominciato a remixare e a produrre perché ci piace, ci diverte e abbiamo sempre fatto i dj. La nostra reputazione ha inziato a crescere quando i Justyce hanno remixato We Are your Friend facendola divenatre un’inaspettata hit.

E’ curioso che un remix dei Simian fatto da un duo francese abbia in un certo senso decretato il vostro destino…
JF: Assolutamente, quel remix ci ha dato il classico calcio nel culo e siamo grati ai Justyce ma non è la ragione per cui esistiamo sia ben chiaro.

Intanto il vostro album è forse il più atteso della stagione, non credi?
JF: Dici? Forse sì…non lo so, ma è un piacere indescrivibile sapere che così tanta gente aspetta di sentire la nostra musica, è stata una cosa graduale, la gente si è appassionata a noi lentamente, alcuni pezzi come Hustler sono usciti oltre un anno fa, con questo disco è stato un po’ come documentare la nostra carriera dai suoni inizi ad oggi.
James Shaw: Noi abbiamo semplicemente fatto un album con la musica che ci piace suonare, a volte non ci rendiamo conto di quello che stiamo facendo e che ci sta succedendo sino a quando non ci sediamo a fare interviste proprio come ora, ci penso e dico wow!

La prima volta che ho sentito It’s The Beat ho subito pensato a Pump Up The Jam dei Technotronic, è una canzone che avevate in mente quando l’avete scritta o solo una coincidenza?
JF: Onestamente è stata una coincidenza, quando l’abbiamo fatta sentire al nostro manager lui ci ha subito fatto il nome dei Technotronic ma noi non ci avevamo davvero fatto caso.
JS: Siamo andati a riascoltare la canzone e in effetti il vibe è lo stesso! E ci piace perché Pump up The Jam è un gran bel pezzo.
JF: Siamo grandi fans dell’ hip-house e dei suoi vocals, della techno di Detroit, della House di Chicago e anche dell’hip hop stesso, queste sono le influenze che ci hanno portato a scrivere It’s The Beat.

Il vostro album è dance ma ascoltandolo si capisce che le vostre canzoni anno ricevuto un trattamento indie, perché sono corte e immediate, è un risultato voluto?
JS: Originariamente avevamo assemblato insieme le canzoni che suonavamo nei club, ed erano tutte molto lunghe, arrivavano anche a diciassette minuti ciascuna, ma il risultato su disco era noioso.
JF: Così abbiamo inziato a rieditarle, trattandole come se fossero vere e proprie canzoni come accade nel rock, del resto è da lì che proveniamo. Vogliamo che la gente ascolti il nostro album dall’inizio alla fine senza annoiarsi, per questo al suo interno accadono molte cose, abbiamo cercato di renderlo il più interessante possibile studiando molto l’andamento dei brani che è un sali e scendi emotivo, che passa dal pop, alla dance alle stranezze più disparate. La musica è stata creata per i club ma l’album si può ascoltare anche in casa o in giro con l’Ipod.
JS: Anche il titolo Attack Decay Sustain Release rappresenta l’andamento emotivo delle canzoni, e le persone a cui abbiamo chiesto secondo loro cosa significassero queste parole ci hanno dato le risposte più assurde, chi lo ha letto come una drugs experience, chi come uno slogan buddista, o un’approccio alla vita, per questo lo abbiamo scelto perché è multi interpretativo e riflette la forma dell’album.

James (Ford n.d.g.), hai prodotto due degli album più hot dell’anno: Klaxons e Arctic Monkeys, sei consapevole di avere un tocco speciale?
E’ stata un’esperienza incredibile per me, entrambe le band sono creative e piene di talento quanto diverse tra loro. Ci siamo divertiti un sacco in studio nonostante in entrambi i casi ci fosse una pressione e un’aspettativa impressionante. La cosa che più mi piace nel fare il produttore è che non sai mai come andrà a finire, cosa succederà e di cosa ha bisogno la band, ma il saper che tanta gente sta aspettando l’uscita di un disco mi da paradossalmente lo stimolo per fare le cose al meglio.

I vostri dj set sono i più hype del momento, come li descrivereste?
JF: Sicuramente cerchiamo di non fossilizzarci su un genere, suoniamo cose old school electro e hip-hop come ad esempio Rock Master Scott, un po’ di spacey disco, del krautrock come Roedelius, Moebius e Plank, ci piace molto Lindstrom e quando vogliamo suonare musica da party ci buttiamo su cose più nuove come Switches, o Duke Dumont.
JS: Comunque ci basiamo molto anche sulla rezione del pubblico e se prima di noi suona qualcun altro cerchiamo di seguirne l’andamento e di portare senza fretta il suono verso il nostro gusto personale, non ci piacciono le interruzioni brusche vogliamo che tutto continui in modo omogeneo pur spaziando tra i generi.

Cosa pensate del fatto che oggi tutti si improvvisano dj?
JF: Io non la vedo come una cosa negativa, credo che l’importante sia avere un buon gusto, non mi piacciono i dj maniaci della tecnica che mixano alla perfezione ma poi scelgono delle canzoni orribili oppure propongono ogni sera lo stesso set, preferisco un buon gusto nello saper scegliere i pezzi che un fastidioso missaggio preciso, è più difficile essere un buon selezionatore che un bravo dj, la tecnica si impara mentre il gusto è personale.

New Young Pony Club


I New Young Pony Club sono un gruppo londinese composto da cinque persone contraddistinto dalla carismatica Tahita Bulmer, cantante. I NYPC sono l’ultima scoperta del fenomeno nu rave, dopo aver pubblicato un paio di singoli dancefloor killer come Ice Cream e The Bomb sono al lavoro sul loro album di debutto. Tahita ci ha parlato in anteprima del progetto.

Quando e come sono nati i NYPC?
Andy e io ci siamo conosciuti nella scena londinese, entrambi eravamo in altre band ed eravamo annoiati, abbiamo cominciato a lavorare insieme scrivendo Ice Cream il nostro primo pezzo che ha iniziato a girare nei club riscuotendo un certo interesse, abbiamo abbandonato i nostri precedenti progetti e formato i NYPC. Ora siamo una grande e felice gang.

I NYPC sono collegati alla scena Nu Rave, normalmente le band non amano essere associate ad un movimento ma voi avete partecipato insieme a CSS, Klaxons e Sunshine Underground all’NME Indie Rave tour. Qual è la vostra opinione a riguardo e com’è stato partecipare a quel tour?
Partecipare all’NME Indie Rave Tour è stato sorprendente, tutte le band coinvolte erano formate da persone molto carine con cui abbiamo passato dei momenti davvero piacevoli, inoltre ognuno era felice per il successo ottenuto dagli altri e viceversa. Era com’essere in gita scolastica. Credo che i NYPC siano una disco, punk, funk, electronic band. Esistiamo da molto tempo prima che il termine nu rave venisse inventato, ma se serve a far uscire allo scoperto una nuova ondata di band talentuose allora ben venga questo termine.

Perché New Young Pony Club? La prima cosa che mi viene da pensare è che siete fans dei My Little Pony, se è così, qual è il vostro preferito?
Volevamo chiamarci New Pony ma non abbiamo potuto perché esisteva gia una band con quel nome. Da bambina ero una grande fan dei My Little Pony ma non ho mai potuto averne uno perché secondo i miei genitori non avevano “valore educativo”. Un amico mi ha regalato il mio primo My Little Pony al mio ventunesimo compleanno e gliene sono davvero grata, è rosa e ha una ciliegia sul sedere.

Tahita, il tuo look è retro ‘80s con un tocco attuale, lo stesso stile si riflette nella vostra musica, è uno stile studiato o è il tuo vero modo di essere? Chi sono le tue icone di stile in ambito musicale?
Questo è solo il mio modo di essere. Le mie icone di stile sono Iggy Pop, Debbie Harry, David Bowie, Talking Heads, tutte le ragazze che frequentavano il CBGB’s negli anni ’70, Rita Hayworth, Katerine Hepburn, Lana Turner e tutte le incredibili modelle che posarono per Halston e YSL dagli anni ’70.

Tahita il tuo modo di cantare è molto riconoscibile, hai una voce naturale e sexy, hai studiato per ottenere quest’effetto o è la tua attitudine?
Ho due modi di cantare, uno è molto classico, l’altro è appartiene di più ai NYPC ed è sexy, femminile e laconico, entrambi riflettono due aspetti della mia personalità.

State lavorando al vostro primo album, puoi anticiparmi qualcosa? Avete scelto il titolo e quando uscirà?
No, non abbiamo ancora un titolo, ma sarà un grande album (credo), ambizioso e vario negli stili. Ci saranno canzoni da ballare, canzoni con cui rilassarsi e altre con cui coricarsi. I testi sono fantastici.

I vostri singoli usciti sin ora: Get Lucky, Ice Cream e The Bomb hanno uno stile riconoscibile, apprezzo le band con una propria personalità, credi che questa si rifletta anche negli altri brani che faranno parte dell’album o ci sarà qualcosa di completamente diverso?
Ciascuna delle nostre canzoni esprime diversi aspetti dei NYPC, quello sexy, quello glamourous, ma anche colorato, divertente, leggero, eccitante, ansioso e riflessivo. Esiste un suono NYPC ben definito indice di una forte personalità.

Credi che il Nu Rave avrà un futuro o sarà uno di quei fenomeni stagionali come ad esempio fu il periodo Romo?
Credo che alcune delle band coinvolte in questo fenomeno tra cui noi, Klaxons, CSS, sono dotate di talento e riescono a coinvolgere molte persone, sicuramente queste band avranno un futuro. Il Nu Rave in questo momento in Inghilterra sta prendendo piede in modo consistente, i giovani lo stanno abbracciando come alternativa alle band noiose e vecchie di stile come Razorlight e Oasis, quindi avrà sicuramente un futuro.

Come nuova band avete qualche gruppo da consigliarci?
I NYPC amano ogni sorta di musica nuova e vecchia, ma le cose più nuove che stiamo ascoltando sono The Horrors, The Aliens, Late Of The Pier, Regina Spector e Xerox Teens.

Qual è l’oggetto Nu Rave che ciascuno dovrebbe possedere?
Glowstick e del make up glitter sugli occhi.

Vi considerate una party animal band? Vi piace frequentare i club? Qual è la vostra serata preferita?
Ci piace fare festa ma solo quando c’è qualcosa di veramente cool per cui scomodarsi, non lo facciamo solo perché dobbiamo. Ci deve essere un posto pieno di persone sexy e interessanti con dell’ottima musica da ballare.


ENGLISH

New Young Pony Club are a five-piece band from London with a talented and charming singer called Tahita Bulmer. NYPC are the brand new phenomenon came from the nu rave scene. After the release of a couple of dancefloor killer singles like Ice Cream and The Bomb, they’re working on their debut album. Tahita speak to us, for the first time, about it.

Where did you meet each others and start play together?
Andy and I met on the London scene. We were both in bands already but we were very bored with them. We pressganged the others into joining after Ice Cream became a bit of an underground hit. But we are one big happy gang now.

NYPC are releated to the Nu rave scene, usually musicians don't like to be part of a movement but you have take part of the NME indie rave tour, so which is your point of you and how was beeing part of that tour?
The NME tour was amazing. All the bands involved were really
sweet people to be around and everyone was very happy for the other
bands to be having great sucess. It was like being on a school trip. I
think NYPC are a disco, punk, funk, electronic band. We existed long
before the term Neu Rave but if its helps NME champion a new exciting
wave of ambitious bands then obviously the Neu Rave term is a good
thing.

Why NYPC? Are you all fans of My Little Pony? Your music is pop, catchy and full of colour like the little ponys, do you have a favourite one?
We wanted to be called Pony Club but couldnt asa band with this namealready existed. Iwas a big fan of My little pony but wasn't allowed one as a child as they "had no educational value". A friend brought me one for my 21st birthday however of which I am very fond. It is pink and has cherries on its bum.

Tahita, your look is retro '80s mixed with a modern touch and i can feel the same taste in your music, is it something you've done on purpose or this is just the way you are? Do you have any music and style icon?
This is just the way I am. My musical and style icons are
Iggy Pop, Debbie Harry, David Bowie, Talking Heads, all the girls that
used to hang out at CBGB's in the 70s, Rita Hayworth, Katherine
Hepburn, Lana Turner and all those amazing models for Halston and YSL
from the 70's, too.

Tahita you have a unique way of singing, really natural and sexy, did you study to reach this attitude or is just your way of singing?
I have two singing voices, one of which is very classical and the other
of which is my NYPC style, which I hope is sexy, feminine and laconic.
Both of them expresses aspects of my personality

You are working on your first album, can you tell me something about it? Do you already have a title and when it cames out?
It doesn't have a title yet. It is a great album ( I think). Ambitious and varied in style. There is stuff to dance to, stuff to lounge around to and
stuff to get you laid on there. The lyrics are super fantastic too.

Your singles Get Lucky, The Bomb and Ice Cream have a recognisable style, and i like band with a proper personality, is this feeling reflected even in the other song of the album or we have to expect something completly different?
All of our tracks express different aspects of NYPC, sexy, colourful, glamorous, fun, sleazy, exciting, wistful or reflective.
There is a definite NYPC sound which I think says we have a strong
musical personality.

Do you think Nu Rave will have a future or it will be a seasonal phenomenon like the Romo was?
I think the bands involved like Klaxons,
us, Css etc are all very talented and driven people so they all
definitley have a future. The Neu Rave thing here is really kicking off
and young people appear to be embracing it as an alternative to all the
boring old fashioned bands like Razorlight and Oasis so it probably has
a future too.

Any new band to suggest to us?
NYPC love all sorts of music. Presently as a band we
are listening to The Horror, Late of the
Pier, the Aliens, Regina Specktor and Xerox Teens.

Which is the must have nu rave object?
A Glowstick and some glittery eyemakeup.

Are NYPC a party animal band? Do you like go clubbing? Which is your favourite night in town?
We like to party but only when there is definitely something really cool to go to. We don't just get smashed for the sake of it. There has to be somewhere full of sexy, interesting people and great music to hang out at.

Man Like Me


Continua l’invasione dei ragazzi che creano musica in cameretta, il futuro sembra essere in mano loro, dategli un lap-top e l’album ve lo confezionano in un istante, da soli, come stanno facendo i Man Like Me trio di Londra che sembra comporre le proprie canzoni con le suonerie dei cellulari che il loro leader Jhonny Langer ama collezionare. Un paio di singoli tra cui la divertentissima Ho MY Gosh e la band diventa subito di culto, grazie a testi stupidi e comportamenti gogliardici on stage, i Man Like Me sono il nuovo fenomeno electro grime inglese.

Jhonny come vi siete conosciuti?
Ho conosciuto Pesk a scuola eravamo nella stessa classe, mentre Edwin lo conosco da molto tempo perché era il mio babysitter. Abbiamo iniziato ad uscire insieme circa 2 anni fa.

Cosa avevi in mente prima di formare la band?
Mi è sempre interessata la musica forse sarei potuto essere un Dj, mi sarebbe anche piaciuto scrivere musica drum ‘n’ bass ma onestamente non credo di essere in grado di scrivere musica di questo tipo.

Quanto è importante il lato ironico delle tue canzoni?
Definitivamente ha un ruolo rilevante. Mi piace sentire la musica soprattutto quando è divertente ed è uno svago e mi piace che le canzoni abbiano anche una vena sarcastica. Non riesco a prendere le cose troppo seriamente come fanno altre band.

E’ da poco uscito il vostro singolo Ho My Gosh, ma a che punto siete con il vostro album di debutto?
Stiamo per rientrare in studio, dobbiamo missarlo e se tutto va bene per la fine dell’anno sarà pronto credo tra settembre e dicembre. I singoli usciti sin ora sono abbastanza rappresentativi di ciò che sarà l’album e forse ci saranno un paio di canzoni che stupiranno un po’ per la loro diversità. E’ abbastanza duro giudicare il lavoro che hai appena fatto ma credo che sia un album divertente.

A chi è stata affidata la produzione dell’album?
Tutto ha sempre inizio nella mia stanza, poi mi raggiungono gli altri membri della band con le loro idee e vediamo di far funzionare le cose. Inoltre mio padre è un produttore e quindi è tutto molto famigliare si cena insieme poi si lavora sui pezzi in maniera molto tranquilla. Abbiamo fatto tutto in casa.

Non ti sembra strano che molti giornali vi associno al Nu-Rave?
Sì perché quando ho composto “Oh My Gosh” era circa due anni fa e non si parlava ancora di Nu-rave e non sapevo neppure che suono avesse il nu-rave certo. E’ una canzone che è nata spontaneamente e che ha iniziato ad essere suonata nei locali. Credo solo sia una coincidenza e non m’interessa di venire etichettato in un modo o nell’altro anche se è l’attitudine della stampa inglese.

Quali sono gli artisti che reputi abbiano influenzato il vostro sound?
Primi su tutti Prince e Tricky, poi DR Alimatando, Mc Sabba, Muddy Waters sono stato influenzato anche da alcuni dischi vintage di musica d’orchestra Africana.

Cosa succede durante i vostri live shows?
Di solito sono molto energici, mi piace che la gente faccia ciò che gli piace fare, ogni concerto è differente dipende dalla situazione dallo stato d’animo e da come interagiamo con il pubblico. Anche le canzoni sono più up-tempo è più pazze non è un freak show ma una vera performance. Inoltre dato che cantiamo sopra delle basi non abbiamo una band live e quindi ci divertiamo a ballare, fare del sinchro come le boy bands.

Quanto importante è per te la tua immagine?
Mi piace giocare con la mia immagine soprattutto quando sono sul palco è divertente pensare a cosa indossare mi piace mescolare gli stili in completa libertà. Ognuno di noi ha un proprio stile con cui si diverte giocare. Prendere tutto quello che ti capita dai gioielli della mamma a qualsiasi cosa che ti viene voglia di metterti addosso.

Ci sono dei siti che visiti quotidianamente?
Myspace per la musica e gli amici di sicuro e poi un sito inglese per giocare al fanta-calcio.

Collezioni qualcosa di particolare?
Colleziono cellulari, mi piacciono un sacco e una volta che i miei amici lo cambiano mi regalano quello vecchio, ne ho molti.

Cosa non deve mancare per te nella tua serata perfetta?
Non può mancare il Pub, non c’è niente di meglio che andare in un tipico pub inglese dove si suona bella musica e s’incontrano ragazze e si beve birra.

La parola che usi più spesso?
Like.

La cosa che ti piace di più dei tuoi live?
Le ragazze senza dubbio. E vedere la gente che tutte le volte è sempre diversa e la loro reazione al nostro show, non importa quanti sono, possono
bastare dieci persone giuste perchè il locale sembri pieno.

Jeremy Warmsley (italian/english)


Per metà inglese e per metà francese Jeremy Warmsley è un cantautore che vive a West London. Il suo album di debutto The Art of Fiction inaspettato quanto folgorante ci rivela due un’anime, una acustica e l’altra elettronica, insieme sono alla ricerca della melodia perfetta.

Quando hai iniziato a fare musica e quali sono stati gli artisti che ti hanno ispirato?
Prima di compiere diciassette anni non ascoltavo nessun tipo di musica, una settimana dopo quel compleanno un amico mi regalò una cassetta di musica indie suonata da band di Glascow, c’erano Belle and Sebastian, The Pastels, Mogway e Arab Strap. Un altro amico invece mi diede un libro di accordi di chitarra dei Beatles. Mettendo le due cose insime alcuni neuroni si sono scontrati nella mia testa facendomi capire cosa avrei fatto nella vita. Da allora mi sono ritrovato a scovare artisti in grado di scrivere bellissime canzoni arrichite da meravigliosi e strani arrangiamenti, Tom Waits, Talking Heads, Aphex Twin e David Bowie sono stati la mia primaria fonte d’ispirazione.

Dali vivo hai la possibilità di ricreare la tua musica in situazioni differenti, da solo con la tua chitarra, con un’intera band o con un laptop, quale di queste preferisci e perché?
Mi piace suonare con la band, è molto più divertente poter interagire sul palco con altri musicisti. Però suonare da solo può trasformarsi in un’esperienza magica, è bello poter suonare le proprie canzoni in modo puro e spontaneo. Suonare con il computer invece è difficile, è un procedimento motlo rigido che nega l’improvvisazione, per questo non mi diverte.

Ti consideri un cantastorie?
Non è l’unica cosa che faccio nelle mie canzoni, è una delle sfaccettature del mio lavoro. Certo a volte quello che faccio è raccontare storie. Una delle mie canzoni preferite del disco s’intitola Jonathan & the Oak Tree, si basa su un racconto tradizionale indiano e racconta di un ragazzo che sogna la fine del mondo, e sa che se lo racconterà a qualcuno il sogno si avvererà. Così lo racconta ad un albero dopo di che impazzisce e scompare. L’albero in segutito viene abbattuto e il suo legno viene usato per costrire una casa, la casa è quella del narratore di questa storia che ne viene a conoscenza dalla casa stessa che gliela sussurra nelle orecchie la notte mentre dorme.

C’è qualche messaggio che ti piacerebbe comunicare attraverso le tue canzoni?
Credo che l’obiettivo principale di chiunque faccia musica sia quello di comunicare qualcosa di positivo alle persone che lo ascoltano, questo è sicuramente un obiettico che anche io voglio raggiungere con l’esperienza, almeno ci spero. Per il momento sto imparando il mio mestiere. Spero coninuerete a seguirmi per scoprirlo!

Qual è la parola che usi più spesso?
Probabilmente “a” o “the” o “e” ma anche “pedante”

Collezioni qualcosa?
Mi piace disegnate cose divertenti, almeno così dice chi mi conosce.

Come ti piace passare la notte quando esci?
Non approvo il divertimento in generale. Ma sto pianificando di andare a ballare in una roller disco.

Qual è l’ultimo disco di cui ti sei innamorato?
“Ys” di Joanna Newson. Incredibile!

Il tuo look è molto curato, qual è il tuo negozio preferito dove fare shopping?
Grazie! Non faccio veramente caso al modo in cui mi vesto, ci sono molti negozi dell’usato carini a Londra e diverse persone per diversi motivi mi regalano scarpe.

I tuoi live show sono spesso descritti come un’esperienza selvaggia, cosa succede realmente quando sei sul palco?
Una volta passavo moltissimo tempo sul palco a preoccuparmi di cosa suonare, ma ora ho iniziato ad usare una scaletta e quindi posso concentrarmi maggiormente sulle canzoni esprimendo quello che significano per me. A volte se c’è qualuno rude tra il pubblico o se le persone non stanno a sentirmi inizio a suonare il più piano possibile. Quando il pubblico apprezza e si diverte per me è il più grande complimento possibile.

Com’è la tua estate ideale?
Suonare ai festival ogni venerdì e passare ogni sabato e domenica a guardare le altre band suonare divertendosi (Se si tratta di un festival per me è ok divertirsi). Passare il resto della settiamna a scrivere canzoni e a leggere libri. Lovely!


ENGLISH

Half english and half french, Jeremy Warmsley is a songwriter who lives in West London, his debut album The Art Of Fiction, unexpected such as thrilling, reveals two souls one acustic and one electronic both looking for the perfect melody.

When did you start making music? Which artist have inspired your music?

Untill I was 17 I had never really listened to much music, but in the same
week one friend gave me a tape of glaswegian indie music - Belle And
Sebastian, the Pastels, Mogwai, Arab Strap, and another friend gave me a book of Beatles guitar chords. I put the two together, a few neurons
banged together and suddenly I knew what I was going to do with my life.
Since then I've found myself drawn towards artists who can write
incredible songs and clothe them in beautiufl, strange arrangements – Tom Waits, Talking Heads, Aphex Twin and David Bowie were all early
inspirations.

You can play alone with a guitar, with a full band or just with a
computer, which of these dimensions do you prefeer most and why?
I like playing with the band - it's a lot more fun on stage when you have
some kind of interplay with other musicians. But playing on my own can be a magical experience too, it's great to put the songs forward in a really pure, direct form. Playing with the computer is difficult - it's very
rigid, you can't improvise - not much fun at all.

Do you consider yourself a storyteller?
It's not the only thing I do in my songs - it's one of the facets of what
I try to do. But I do tell stories, sometimes. One of my favorite songs on
the album is "Jonathan & the Oak Tree", it's based on an Indian folk tale,
it tells the story of a guy who dreams of the end of the world, but knows
that if he tells anyone it'll come true. So instead he tells a tree, goes
insane and disappears. The tree is cut down and made into a house - thehouse of the narrator who tells the story, which is how he came to know it the walls and furniture whisper it into his ears as he sleeps.

Is there any message you would like to reach trough your songs?
I do believe that the overall aim of anyone who makes music should be to have some sort of positive effect on the people who listen, and in the
long-term that's certainly my aim, my hope. But for the moment i'm still
really learning my craft. Watch this space i guess!

Which is the word do you use more often?
Probably "a" or "the" or "or". Or "pedant".

Do you collect anything?
I like to write down funny things people say sometimes.

How is a night out with you?
I disapprove of fun in general. I plan to go to a roller disco soon though.

Which is the last record you have fallen in love with?
"Ys" by Joanna Newsom. Incredible!

It seems to me that you take particulare care of your look, where is
the best play for you to shop?
Thanks! I don't really worry about that sort of thing too much - there are some good second-hand shops in London and people give me free shoes a lot for some reason.

Someone has described your shows as a wild thing, what's really happening on stage?
I used to spend most of my time onstage worrying about what to play next, but now that I've started using setlists I tend just to focus on the song itself and what it means to me. Sometimes if there's someone rude in the audience or if people aren't listening I might start playing really quietly. If people are enjoying themselves, that's the greatest possible compliment.

How is your ideal summer?
Playing at a festival every Friday and spending Saturday & Sunday watchingbands and having a good time (I'm OK with having fun if it's at a
festival). Spending the week writing songs and reading books. Lovely!

Bright Eyes


Dietro al nome Bright Eyes si cela Conor Oberst, da oltre dieci anni un punto di riferimento nel panorama indie americano e capostipite della Saddle Creek Records di Omaha.Oggi a ventisette anni pubblica Cassadaga il suo settimo album. Egocentrico, viziato, snob, spesso sparla a sproposito e insulta la stampa anche quando lo osanna, ma basta sentirlo cantare con quella sua voce inconfondibile, roca ed esile, e tutto gli è perdonato. Prendere o lasciare, non ci sono vie di mezzo, questo è Conor Oberst con l’alt.folk dei suoi Bright Eyes.

Il successo inaspettato dei tuoi ultimi due album pubblicati simultaneamente nel 2005, l’acustico I’m Wide Awake It’s Morning e l’elettronico Digital Ash in a Digital Urn hanno influito in qualche modo sul processo creativo di Cassadaga?
No, certo sono rimasto scioccato dal successo, non mi sarei mai aspettato di occupare le prime due posizioni della classifica di Billboard. Sono così tanti anni che faccio musica che per me è impossibile, arrivato a questo punto, cambiare il mio approccio nello scrivere o nel suonare.

Cassadaga è una cittadina della Florida che porta avanti una sorta di religione isoterica e spirituale, cosa ti ha spinto a creare un album attorno a questa corrente di pensiero?
Cassadaga significa in indiano “acqua sotto le rocce” ed è una comunità spirituale che si trova in Florida, ci sono stato un paio di volte e ne sono rimasto completamente affascinato, c’è un’energia particolare che non so spiegare se è data dalla suggestione o se esiste veramente, l’album in ogni modo prende il nome da questo luogo ma come riferimento ad uno stato mentale. Cassadaga è un centro geografico d’energia, ci sono diversi punti nel mondo in cui l’energia si convoglia e si divulga tramite il pensiero delle persone come The Joshua Three, Stone Age o le piramidi.

Quando hai iniziato a comporre musica usavi un linguaggio molto criptico, oggi i tuoi testi sono molto diretti e affrontano argomenti quali politica, religione e umanità senza filtri. Anche musicalmente hai subito una sorta di smussamento, le tue prime composizioni erano lo-fi oggi sono curate e melodiche, cosa ti ha portato verso questo cambiamento?
In effetti quando ero più giovane a volte nemmeno io capivo quello che volevo dire riascoltando le mie canzoni, forse pensavo che la musica era più importante delle parole. Non credo che i miei testi siano così diretti, per me lo sono ma mi piace pensare che ognuno possa interpretarli in modo diverso, attraverso le sue esperienze e i suoi punti di vista. Per quanto riguarda la musica, i miei primi lavori erano molto casalinghi, registrati in presa diretta in camera mia senza budget, oggi ho uno studio a disposizione e sono cresciuto come musicista ma non credo di aver perso la voglia di sperimentare nuove cose. Ciascun album dei Bright Eyes è diverso dal precedente.

Tornando a Cassadaga, ti consideri una persona spirituale?
Mi piace pensare di esserlo. Sono sempre alla ricerca della comprensione, voglio capire perché accadono certe cose.

Sono curioso di sapere se hai mai giocato con l’Ouija?
Certo da bambino un sacco di volte!

In Italia è impossibile trovare una tavola Ouija, non esiste, e i siti stranieri non la spediscono, non è ufficialmente scritto da nessuna parte ma sembra sia illegale evocare gli spiriti anche se per gioco, credo che la colpa sia del Vaticano…
Come al solito. Non lo sapevo è un fatto davvero curioso, la prossima volta che vengo a suonare in Italia ne metto uno in valigia, che divertente!

Sei mai stato da un medium?
Certo che ci sono stato (ridacchia n.d.g.), credo che sia un’esperienza molto interessante da provare, ci sono stato più per capire che per curiosità, come ti ho detto cerco sempre di dare una spiegazione ad ogni cosa.

Per concludere: hai un’etichetta discografica, una band e diversi progetti paralleli, pubblichi almeno un album l’anno, sei costantemente in tour e sei impegnato socialmente, come fai ad essere così prolifico e allo stesso tempo fare tutto così bene?
Non mi siedo mai.

Benjy Ferree


Benjy Ferree è un ragazzo americano che come tanti sogna di trasferirsi ad Hollywood e sfondare nel mondo del cinema, così parte pieno di speranze da Silver Spring la sua città natale alla ricerca dell’american dreams che come spesso accade si rivela tutt’altro che un sogno. Per sbarcare il lunario Benjy si improvvisa babysitter e raccomandato da un’amico si ritrova a dover prendersi cura dei figli di uno dei più importanti produttori del cinema americano. Più viene a contatto con questo mondo e più pensa di non volerne far parte, intanto per intrattenere i bambini affidati alla sua protezione inizia a comporre canzoni, racconta loro storie fatte d’incanto, spensierate ma altrettanto vere, come un Robin Hood menstrello. Queste canzoni le potete ascoltare oggi nel suo album di debutto Leaving The Nest, un lavoro appassionato da ascoltare tutto d’un fiato come la migliore delle fiabe.

Come descriveresti il tuo immaginario?
Il mio immaginario è colorato, è composto da molti cartoni animati, film per bambini, è pieno di ossessioni prima su tutte quella per le melodie, è fatto di parole che ti portano ad intraprendere un’avventura da cui devi cercare di uscire correndo il rischio di perderti.

Come hai incontrato Brendan Canty dei Fugazi e quale tocco pensi abbia aggiunto alle tue canzoni?
Sono sempre stato un grande fan dei Fugazi così ho deciso di spedire i miei demo a Brendan che mi ha contattato entusiasta del mio lavoro, credo che abbia apportato un tocco cupo e sinistro all’album, la sua produzione ha tirato fuori il mio lato più inquietante.

Come sei finito a fare il babysitter a Hollywood?
Un mio amico faceva il babysitter per la famiglia di un noto produttore cinematografico, così dovendo lui partire e sapendo che ero in cerca di un lavoro mi ha chiesto di prendere il suo posto, mi ha preparato al mestiere e mi ha raccomandato alla famiglia. Non avevo un soldo e pensavo sarebbe stata anche una buona opportunità per avvicinarmi al mondo del cinema ma nel giro di due settimane ho capito che non era quello che volevo fare, che era un mondo troppo corrotto e competitivo che non apparteneva alla mia indole. Ho iniziato a comporre canzoni per i bambini che accudivo, era una forma di intrattenimento per loro, i bambini amano solo due cose da piccoli il cibo e la musica. Iniziai a suonare moltissimo tanto che cominciai ad esibirmi nei cafè locali almeno due sere a settimana rendendomi conto di quanto mi piacesse cantare anche se avevo un pubblico di cinque persone che si stavano bevendo un cappuccino.

Da adolescente eri ossessionato da Twin Peaks, mi racconti di quando hai incontrato David Lynch alla festa di compleanno di suo figlio?
E’ stata un’esperienza scioccante per me, dovevo portare i bambini che accudivo alla festa di compleanno di un loro amichetto e una volta lì ho scoperto che era il figlio di Lynch, quando me lo sono trovato di fronte mi sono fatto coraggio e gli ho detto che lo ammiravo, che era il mio eroe e che era una grandissima fonte d’ispirazione per me e lui mi guardò dritto negli occhi dicendomi: “Bless you heart Benjy”. La cosa che più adoro di Lynch è il suo modo di vedere le cose perché non sai mai dove ti porterà.

Le tue canzoni sono come delle favole, pensi che senza quest’esperienza come babysitter la tua musica serebbe stata diversa?
Assolutamente si, ho rubato ogni singola idea ai bambini, c’è qualcosa di così puro, sano e divertente in loro, sia che piangano o che ridano, che non puoi trovare in nessun’altra parte. Sono spontanei e se gli suoni una canzone cantano e se ne fregano se c’è qualcuno ad ascoltarli e se stonano, se vogliono fare una cosa la fanno e basta inoltre riconoscono se una canzone è buona perché sono terribilmente intelligenti.
Mi hanno insegnato ad essere sempre me stesso.

La prima canzone dell’album In The Countryside sembra una versione indie della colonna sonora di Robin Hood della Disney, sai quando Robin e Little John sono nella foresta pronti a derubare il Re…
E sono proprio i cartoni animati della Disney ad averla ispirata soprattutto quelli realizzati sia come mezzo di educazione per i soldati durante la seconda guerra mondiale, che come mezzo di propaganda.

Ma qual è la tua fiaba preferita?
Sicuramente oggi Pinocchio di Collodi perché il messaggio che insegna è bellissimo ma quando ero piccolo ero ossessionato da Peter Pan, l’idea di vivere su di un’isola senza adulti dove poter fare tutto quel che si vuole mi mandava fuori di testa.

Au Revoir Simone


Un paesaggio bucolico, la luce filtra attraverso le foglie degli alberi e forma dei pallini rilucenti, sta scendendo il tramonto sopra una giornata afosa, tre ragazze vestite di bianco pizzo appaiono all’orizzonte, belle, eteree, lunghi capelli lisci incorniciano i loro giovani volti mentre sulla riva di un piccolo lago artificiale avvolte dai semi piumosi dei pioppi si appostano ciascuna dietro la propria tastiera e cominciano a suonare. Questo è l’immaginario evocativo delle Au Revoir Simone, qualcosa di nuovo dal panorama newyorkese, dove chitarre aggressive, nero e jeans attillatissimi lasciano il posto ad una musica ariosa, lucente, ricercata, velata di malinconia e cupezza. The Bird Of Music (V2) è l’album di Erika Forster, Annie Hart, Heather D'Angelo, le Au Revoir Simone, che con le loro keyboards sovvertiranno le regole del pop.

Come vi è venuta l’idea di formare un gruppo tutto al femminile che suona solo tastiere?
Annie: L’idea è venuta ad Erika, ma era nata come una cosa fatta tra amici, più che una band era un club che si riuniva a casa di qualcuno una volta la settimana per suonare, fare due chiacchiere e bersi un drink. C’erano diverse persone che andavano e venivano ogni settimana ma alla fine il club ha trovato i suoi tre membri d’onore con l’arrivo di Heater, e quando abbiamo iniziato a porci domande sull’identità della band rispondevamo sempre allo stesso modo: “Vogliamo ragazzi all’interno della band? NO! Vogliamo usare chitarre?: NO! Solo tastiere? SI!” sembravamo davvero un club per teenagers! (Quando dicono NO! e SI! Urlano a squarciagola divertite. N.d.g.)

Quale esperienza vi ha portato ad innamorarvi delle tastiere?
H: E’ uno strumento molto comune, tutti hanno una tastiera in casa e l’hanno suonata almeno una volta, fa parte del crescere e spesso è uno strumento associato alla nostalgia e all’infanzia. Tutte e tre abbiamo suonato la tastiera nelle rispettive band scolastiche e poi il nostro club privato ha fatto il resto.

Come nasce un vostro pezzo?
A: In genere succede che a qualcuna di noi viene in mente un’idea, in generale una melodia che poi tutte insieme cerchiamo di mettere in pratica e di evolvere, può anche succedere che arrivi prima l’ispirazione per un testo e poi gli costruiamo un’emozione intorno.
H: Il nostro processo creativo è molto interattivo, comunichiamo moltissimo tra noi dicendoci onestamente se la canzone funziona o no e se non ci piace buttiamo tutto dalla finestra e ricominciamo da capo con un sorriso. Ci tengo ad affermare che ci divertiamo molto insieme, abbiamo veramente un legame molto forte.

Quante tastiere avete usato per registrare l’album e qual è la vostra preferita?
A: Fammi pensare… ne abbiamo usate almeno dodici, e le nostre preferite sono sicuramente le vecchie Casio, hanno un suono speciale.

Ascoltando l’album emergono due identità ben definite, una lucente e ariosa, l’altra sintetica e cupa. Pensavo fossero scelte dettate dalla vostra personalità ma ora che vi ho di fronte, non siete ne malinconiche, ne cupe, anzi proprio l’opposto, come lo spiegate?
A: Il buio è sempre dietro l’angolo ad aspettarti, anche negli ambienti più luminosi.
H: In molti ci chiedono se siamo delle ragazze malinconiche, ma come hai detto tu la risposta è no! Siamo sicuramente nostalgiche, ma non direi mai tristi, ogni carattere ha diverse sfaccettature, io ad esempio sono molto solare ma anche molto pessimista. In pratica io sono la pessimista, Annie la pazza ed Erika fa da pacere alle nostre animate discussioni, lei è lo spirito calmo della band..
A: Io mi definirei più una ragazza disturbata che dark! (scoppiano a ridere fragorosamente. n.d.g.)

Guardandovi sembrate avere un immaginario molto forte che vi circonda, rimanda a film come Le Vergini Suicide o Pic-Nic a Hanging Rock, vi ci ritrovate?
A: Credo che dipende molto dal fatto che siamo tre ragazze alte con i capelli lunghi e lisci, in realtà sentiamo di vivere la nostra vita in modo molto naturale, indossiamo i vestiti che ci piacciono e facciamo musica ma saremmo lo stesso così come ci vedi anche se non esistessero le Au Revoir Simone.
H: In ogni caso i film che hai citato ci piacciono molto, inoltre io ho studiato fotografia, Erika ha fatto la scuola per stylist e quindi riusciamo ad esternare meglio le nostre personalità attraverso foto e look che vanno a completare la nostra musica.

Little Man Tate


Se avete voglia di ascoltare qualcosa di spensierato, che faccia ballare, cantare, con piacevoli melodie e la giusta freschezza, la band che fa al caso vostro arriva da Sheffiled, Uk e si chiama Little Man Tate. Non si presentano come la prossima next big thing, non si atteggiano da poseurs, il loro album di debutto About What You Know è uscito senza essere preceduto dai soliti clamori, e nonostante questo i singoli Sexy In Latin e Man I Hate You’re Band hanno raggiunto lo stesso la top twenty. I Little Man Tate sono quattro amici che fanno musica onesta e spensierata, di quelli che si ritrovano a suonare in salotto con una birra, il loro è sano rock’n roll senza impegno, fatto per intrattenere e divertire. Noi non ci tiriamo di certo indietro dal divertirci e abbiamo incontrato il cantante Jon Windle e il bassista Ben Surtees:

Ci sono alcune leggende che circolano riguardo al vostro nome, è vero o no che lo avete preso in prestito dal titolo del primo film diretto da Jodie Foster (tradotto da noi “Il Mio Piccolo Genio” n.d.g.)?
Jon: A dire il vero è stata una coincidenza su cui oggi ci piace scherzare, ogni volta ci inventiamo qualche storiella. La realtà è che abbiamo rubato il nome dal titolo di un articolo apparso su un quotidiano, mi trovavo al pub e mi c’è caduto l’occhio sopra… O forse è un’altra delle mie storielle?...

Ok la prendo come buona!I Little Man Tate si sono formati appena un anno fa ma avete già pubblicato in Inghilterra ben cinque singoli e nel mezzo un album, c'era già tanto materiale pronto?
Jon: In effetti, sì, quando abbiamo formato la band invece di iniziare a suonare in giro nei locali come si fa solitamente ci siamo chiusi nel seminterrato a scrivere canzoni, abbiamo suonato per un mese quattro o cinque ore il giorno, abbiamo fatto pratica e siamo entrati in confidenza con noi stessi.
Ben: Tutto quello che vogliamo è divertirci e scrivere canzoni che siano un buon intrattenimento per tutti, siamo amici d’infanzia, per noi suonare insieme è come farci una grassa risata. Per questo una volta firmato il contratto avevamo gia un buon numero di canzoni al quale è bastato dare un’aggiustata.

Nella copertina dell’album ci siete voi che spulciate dei vecchi vinili in un negozio di dischi, le nuove generazioni si scambiano solo mp3, voi siete l’eccezione?
Jon: Noi amiamo i vinili, siamo clienti affezionati di quel negozio di Sheffield ci passiamo il pomeriggio, sia chiaro, non sono contro gli mp3 e il file sharing che sono un ottimo mezzo per farti un’idea di come suona un artista e di conseguenza decidere di acquistare o no il suo album.
Ben: Quando ascolto un disco devo avere il cd tra le mani, guardare il booklet, leggere i credits, e un mp3 non ti da queste emozioni, aprire il disco e mettermi ad ascoltarlo è quasi un rito per me.

Molte band di Sheffiled sono diventate famose a livello internazionale, i Cabaret Voltaire, i Pulp, pensate si possa parlare di una scena cittadina?
Ben: No, non credo proprio, tra noi ragazzi che suoniamo in città chiamiamo Sheffild, the ghost band city! Forse è più facile essere notate perché le etichette guardano con attenzione il panorama locale ma non c’è una scena musicale fiorente.

I vostri testi tra cui Man I Hate Your Band o Sexy In Latin raccontano storie di vita reale, credete sia importante per chi ascolta potersi identificare nei testi?
Ben: E’ molto importante, è importante scrivere qualcosa che ha un significato per noi e poi comunicarlo attraverso le canzoni e lasciare che le persone se ne impossessino ciascuno a modo proprio, non potrei mai scrivere un testo su qualcosa che non conosco e che non ho provato direttamente sulla mia pelle.
Jon: Sì, le nostre canzoni parlano di donne, d’esperienze vissute, persone incontrate, libri che abbiamo letto, the everyday life.

Quali sono le band che hanno forgiato il vostro suono?
Jon:Pulp, Oasis, Stone Rose, Blur, ma è ovvio, siamo cresciuti in pieno periodo brit pop.
Ben: Non scordarti però i The Beatles e gli Stones, quante volte te li hanno fatti sentire i tuoi genitori?

V’infastidisce essere definiti come una party band?
Jon: No! È proprio quello che vogliamo essere, le nostre canzoni sono d’intrattenimento, puoi canticchiarle al pub bevendo una birra o ballarle al club, sono nate per questo.

Maximo Park

Nervoso, schizzato, stralunato, sul palco non esiste leader più carismatico di Paul Smith nella recente storia indie inglese. I Maximo Park, primo gruppo rock messo sotto contratto dall’etichetta elettronica Warp, con le loro melodie tirate che vanno di pari passo con i movimenti quasi epilettici del loro leader pubblicano il prossimo 13 aprile il nuovo album Our Heartly Pleasure, successore di A Certain Trigger accolto nel 2005 come la proposta alternativa al canonico rock inglese. Il lavoro che la band ha affrontato è monumentale, ciascuna traccia è una scoperta ad ogni ascolto, costruita attraverso studiate sovrapposizioni sonore che il leader Paul Smith e il tastierista Lukas Woller hanno cercato di spiegarci facendoci entrare nel loro mondo fatto di libri, emozioni e decisioni.

Our Hertly Pleasure non è un lavoro facile, va ascoltato più volte prima di assimilarlo perché avete messo moltissimi stimoli in ciascuna canzone, non avete paura che giochi a vostro svantaggia in un mondo dominato dall’immediatezza?
Paul: Sono d’accordo, non è assolutamente un album immediato, ci sono un sacco di cose che succedono, le canzoni cambiano direzione e c’è una monumentale sovrapposizione di strumenti, persino i testi sono criptici perché mi piace che ognuno tragga proprie conclusioni dando libera interpretazione al pezzo. Abbiamo cercato di guardare oltre la classica struttura della canzone pop strofa/ritornello/strofa a volte ascoltando un pezzo pensi più volte che ciò che stai ascoltando sia il ritornello ma non è così. E’ un meccanismo di cui ci stiamo rendendo conto solo ora parlando con chi ha ascoltato l’album. E’ un album che va ascoltato tutto d’un fiato e poi riascoltato il giorno dopo a mente lucida, ha la stessa vitalità e la stessa energia del primo album ma suona diverso credo che ci vogliano almeno cinque ascolti per rendersene conto, ma non credo sia uno svantaggio, chi cerca qualcosa d’immediato non va a comprarsi l’album dei Maximo Park.
Lukas: Ci fa piacere che la gente si ponga delle domande ascoltando la nostra musica soprattutto con un disco che segue un inaspettato ed enorme successo. Vorremmo che tra una decina d’anni qualcuno trovandosi a riascoltare il nostro album scopra cose di cui non si era mai accorto prima.
Paul: A livello di testi invece ho cercato di condividere le esperienze che stiamo attraversando, non mi va l’idea che chi ascolta la nostra canzone leggendo il titolo o ascoltando un paio di strofe si faccia subito un’idea del significato, voglio offrire qualcosa di più profondo.

Ad esempio io definirei politico il testo del singolo Our Velocity, tu come lo vivi?
Paul: Non è un testo esplicito, parla di un conflitto che potrebbe essere inteso sia in ambito politico che sentimentale, è una canzone che esprime alienazione, sia riferita alle decisioni prese da un governo che senti non vicino alle tue idee che ad una relazione tra due persone che combattono per i propri diritti, ma non è detto che questi siano gli unici due significati che puoi riscontrare ascoltandola. Our Heartly Pleasure è un album che parla molto di mortalità, la società che viviamo è in costante lotta contro il tempo, tutti noi cerchiamo di combattere contro il tempo ma è una causa persa perché presto o tardi il nostro corpo morirà. Ci tengo a sottolineare che non siamo una band politica, le persone sanno già cosa non funziona nel nostro paese e non credo ci sia bisogno di doverglielo ricordare attraverso una canzone, ci sono già molte band in battaglia, non m’interessa schierarmi in prima linea ma far pensare le persone e spingerle a riflettere.

Nei titoli delle canzoni, ma anche all’interno dei testi ci sono molti riferimenti ai libri, sono una gran fonte d’ispirazione per la vostra musica?
Paul: Io sono innamorato delle librerie! I libri sono un posto di rifugio e una fonte di conoscenza, anche se una canzone come Books from Boxes parla dei libri in quanto oggetti, perchè in fondo libri sono solo un complemento aggiunto alla nostra vita.

Ti capita come canti nel testo di Our Velocity di acquistare libri e non leggerli?
Paul: Ho la libreria piena di libri che non ho mai letto o che ho iniziato e accantonato, se un libro mi annoia lo capisco subito e il mio cervello sposta subito l’interesse verso qualcos’altro come un disco o una birra al pub.

C’è un uso del piano dominante nel nuovo album, in Russian Literature è grandioso com’è suonato, come siete arrivati a questa scelta?
Lukas: All’inizio non ero molto dell’idea di usare il piano in modo più dominante perché mi sembrava una scelta banale, ma poi ho capito che dipendeva da come si suona, ad esempio in Russian Literature il piano è abbinato al suono di una chitarra acustica coperto da quello di un’elettrica. Questo, per allacciarci al discorso di prima, è un esempio di come le canzoni sono state create a strati rendendo ogni suono una scoperta.

Il suono dell’album è molto più caldo e meno nervoso del precedente, forse proprio l’utilizzo del piano ha contribuito a dare questo risultato, no?
Paul: Il suono dell’album è più intenso, più forte, anche più punk, ma non più aggressivo, il piano ha contribuito sicuramente a rendere il suono più caldo.

In un’intervista rilasciata alcuni mesi fa dicevate che il vostro nuovo album sarebbe stato un incrocio tra Smashing Pumkins e The Smiths, era uno scherzo vero?
Paul: Si era uno scherzo!Non si può rispondere con serietà quando ti chiedono mesi prima della sua uscita come suonerà il nuovo album. Mi piace molto il senso onirico e l’uso delle chitarre che gli Smashing Pumpkins hanno usato in Siamese Dreams mentre gli Smiths nel mio immaginario rappresentano la realtà e la melodia, credo che il nostro album abbia entrambi questi aspetti.

The Good, The Bad & The Queen


The Good, The Bad and The Queen non è il nome del nuovo progetto messo insieme da Damon Albarn, questa incredibile band formata da Damon, Paul Simonon bassista dei The Clash, dall’ex Verve Simon Tong e dal batterista di Fela Kuti Tony Allen, non ha un nome ma racchiude in se tutta l’attitudine del London life-style. Loro stessi sono Londra, l’hanno vista cambiare nel bene e nel male dagli anni del punk ad oggi, quando Paul incendiava i palchi del mondo rivoluzionandolo con il punk e Damon ascoltava i dischi dei The Clash nella sua cameretta. Il destino li ha fatti incontrare oggi ed è nato questo ambizioso e delizioso progetto pop, in cui il carisma di ciascun membro è filtrato attraverso il talento e le visioni di Damon Albarn che dopo Blur, Gorillaz e i più svariati progetti solisti da Mali Music a Democrazy, ci sorprende nuovamente tirando fuori l’ennesimo e inedito aspetto della sua prolifica creatività. Damon ci accoglie nella sua camera a cinque stelle con lo sguardo spento e la barba incolta tenendo in mano una sigaretta accesa e rollata di fresco, Clark ai piedi, calzettoni rossi da montagna, abito e svariati bracciali etnici ai polsi, la sua ecletticità emerge anche dal suo aspetto, quando inizia a parlare è inevitabile che l’occhio cada sul dente mancante, sembra davvero di fare due chiacchiere con il suo alterego dei Gorillaz 2-D, furbo, maldestro, scazzato e un filo snob.

Prima di tutto raccontaci com’è nata questa nuova esperienza musicale, com’è scoccata la scintilla tra di voi?
Per caso, come succede per le migliori cose, io e Simon ci conosciamo da quando ha sostituito Graham (Coxon ex bassista dei Blur n.d.g.) durante il tour di Think Tank. Tony Allen è un percussionista eccezionale, due anni fa sono stato con lui e con Simon a Lagos in Nigeria dove abbiamo suonato insieme a musicisti locali, registrando alcune tracce per un progetto futuro, ma è stato solo dopo aver consociuto Paul gironzolando per Londra che il progetto ha iniziato a concretizzarsi. Abbiamo iniziato a chiacchierare scoprendo di avere molte cose in comune, pensa che abita a due strade da casa mia e non ci eravamo mai incontrati prima.

Quindi nell’album ci sono alcune canzoni nate due anni fa a Lagos?
Direi piuttosto riminescenze di quelle canzoni, sai nessuno ci ha messo fretta quindi abbiamo buttato via quasi tutto e ricominciato da capo insieme, il conoscersi a fondo ha giocato molto a nostro favore , ognuno di noi è a perfetta conoscenza delle capacità di ciascuno per questo i pezzi sono nati in studio improvvisando, dove si è venuto a craere qualcosa di speciale perché ci completiamo a vicenda.

E’ vero che i testi nascono principalmente da conversazioni che hai avuto insieme a Paul Simonon?
In un certo senso sì, io e Paul possiamo stare ore e ore a parlare, la pensiamo allo stesso modo su molte cose, come se ci conoscessimo da molto tempo, entrambi amiamo la storia del nostro paese e ci piace cercare l’origine delle cose, adoriamo il nostro quartiere e ci piace scoprire cosa è successo nelle sue strade. D'altronde il quartiere di Portobello è sempre stato il cuore pulsante di Londra, è il quartiere più globalizzato della città, uno scambio di mondi e culture, suoni, rumori, ricchezza e povertà. Molti hanno frainteso il concetto di questo album che sì è estremamente legato a Londra ma non nel senso che ogni canzone descrive un posto della città, è più un fattore di way of life, si riferisce all’attitudine di Londra e dei suoi abitanti, di quello che è stata e di come è oggi con un pizzico di nostalgia per ciò che non è più. Rappresenta cosa significa per me essere inglesi oggi.

Ti ritieni un fan dei The Clash?
Assolutamnete si, certo non mi considero un fanatico della loro musica ma non si può ignorare il loro percorso, Combat Rock è stato uno dei primi album che ho comprato e credo abbia a suo modo influenzato anche i Blur.
In The Good The Bad and The Queen abbiamo assorbito e reinterpretato a modo nostro quello spirito dub e sperimentale che ha caratterizzato il secondo periodo dei Clash, la capacità più grande di Paul è quella di entrare completamente nello spirito della band con cui suona, ci si perde totalmente dentro e questo è magnifico perché in questo modo riesce a dare il massimo.

Come riesci ad essere così prolifico, cosa più ti stimola?
Tutto mi stimola, ogni mio interesse sfocia in qualcosa di creativo, le cose che vedo ogni giorno per la strada, le persone che incontro, i libri che leggo, non ho pregiudizi sono pronto a farmi assorbire da qualsiasi cultura.

Riesci ad immaginare la tua vita senza Londra?
Posso immaginarmi di non vivere a Londra, infatti spesso fuggo a Devon in mezzo alla campagna, ma Londra è dove sono cresciuto e dove mi sono formato artisticamente. Ma non saprai mai come vive il resto del mondo e cosa pensa finchè non lo vedi con i tuoi stessi ochi.

So che Paul passa il suo tempo libero dipingendo, ma ha disegnato lui anche la copertina del vostro album?
No, la copertina è un’illustrazione del diciannovesimo secolo di T.Sotter Boys che ho trovato in un libro e credo dia un tono di ambiguità all’album, come se rappresentasse l’inizio di qualcosa o la fine di tutto. Paul però si è occupato delle illustrazioni che trovi dentro al booklet, quelle le ha disegnate lui.

Avete fatto alcue date a Londra in una storica Roundhouse, riaperta per l’occasione, per presentare l’album al pubblico, ma seguirà un tuor vero e proprio?
Certamente, ci piacerebbe però farlo in posti che esulino le solite sale da concerto, stiamo cercando luoghi che trasudino storia e che diano completezza alle nostre canzoni, e considerando che il vostro paese è pieno di storia oserei dire che ci vedrete presto.

Chi viene prima nei tuoi progetti futuri, Blur o Gorillaz?
Sicuramente Gorillaz, vorremmo fare un film con tanto di colonna sonora ma non credo se ne parli prima del 2009, per quanto riguarda i Blur chissà, se Graham decide di tornare se ne parlerà.

Kaiser Chiefs


Il football, la vita da pub, la vespa, gli underdog, il parka, il fango dei festival, le fabbriche di Leeds sono tutti elementi che fanno parte dell’immaginario dei Kaiser Chiefs, si percepiscono ascoltando le loro canzoni con cui la gente comune si è identificata eleggendoli miglior band del 2005 con Employment. Oggi esce il nuovo album, l’attesa è palpabile, tutti ci chiediamo se riusciranno a scrivere un altro inno da stadio come I Predict A Riot o un’altra hit da festival come Every Day I Love You Less And Less, al momento i dettagli sono pochissimi, ci sono cinque brani da ascoltare tra cui il singolo Ruby e un titolo ancora da decidere. Ricky Wilson, leader della band, sorride con i suoi occhi furbi e le guance arrossate, soddisfatto e impaziente di raccontarci com’è stato lavorare al seguito di un album nominato al Mercury Music Prize.

Il produttore del nuovo album è Stephen Street famoso per aver forgiato il suono di The Smiths, Morrissey e Blur, com’è caduta su di lui la scelta?
Avevamo carta bianca sulla produzione e non avevamo la minima idea di chi scegliere, poi riascoltando il nostro primo album in cui alcune tracce erano state prodotte da Stephen Street abbiamo deciso di ricontattarlo. Oggi pensandoci credo che Stephen è stato in grado di tirare fuori il meglio di noi, intendo da ciascun membro della band, solitamente un produttore tende a far suonare e risuonare la stessa canzone fino a quando non decide che va bene oppure cerca di inserirsi nei pezzi suonando la chitarra o altro in modo da lasciare una sua impronta. Stephen invece è stato in grado di far suonare i Kaiser Chiefs al loro meglio senza metterci mano, la cosa che più apprezzo del nuovo album è che sia ascoltato in macchina che suonato dal vivo è pazzesco e non mi sento presuntuoso nel dirlo.

Siete consapevoli di aver creato un suono originale e riconoscibile? Non ci sono molte band in circolazione in grado di farlo…
Grazie! Vedi, quando abbiamo scritto Employment non sapevamo ancora chi eravamo e dove saremmo andati, mentre oggi siamo consapevoli di essere i Kaiser Chiefs, questo ci ha fatto maturare musicalmente e ci ha permesso di ottenere un suono diverso ma immediatamente riconoscibile.

Il singolo Ruby come altre tracce dell’album ha un certo sapore ‘60, cosa vi ha portato verso queste sonorità?
Se penso alle canzoni degli anni '60 ce ne sono pochissime che non mi piacciono, io adoro quegli anni, c’è un programma radio in Inghilterra che si chiama Pick Of The Pops, l’ascolto tutte le settimane, il programma ripropone le canzoni degli anni ’60 meno conosciute e sono tutte bellissime. Ruby è stata ispirata da queste canzoni ma con questo ci tengo a precisare che non volevamo imitare il suono dei Beatles, perché è una canzone Kaiser Chiefs a tutti gli effetti.

E se ti dicessi che in Angry Mob sento un certo retrogusto anni ’80 cosa ne dici?
Io sono cresciuto negli anni ’80 può darsi che incondizionatamente abbia risentito di quel periodo ma non è stata una decisione intenzionale, anche se mi piacerebbe che un nostro album raggiungesse le cifre di vendita di quel periodo! Non va dimenticato che sul finire degli anni ’80 sono nati gli Stone Roses perché tutti quando si parla d’anni ’80 pensano ai Duran Duran che hanno scritto buone canzoni all’inizio anche se hanno raggiunto il successo con brani come The Reflex e io non me ne capacito, il testo è imbarazzante.

Spesso le band si lamentano d’essere schiave dei loro successi, vi è mai capitato di provare una sensazione simile?
Siamo stati in tour per un lungo periodo e con l’unico album che abbiamo fatto, ma non posso dire che siamo stanchi di suonare pezzi come I Predict A Riot perché la risposta dei nostri fans è incredibile e ci offre un’emozione diversa ogni sera. Certo eravamo veramente impazienti di metterci al lavoro sul nuovo materiale e di far provare al nostro pubblico sensazioni nuove.

Infatti siete partiti in tour per provare le nuove canzoni molto tempo prima dell’uscita dell’album, com’è stato?
E’ stato come rimettersi in discussione, siamo abituati ad avere di fronte un pubblico che conosce a memoria le nostre canzoni e le canta, invece provare i nuovi pezzi prima che esca l’album è un test, ed è come dover ricominciare tutto da capo. E’ molto rischioso ma emozionante e divertente, e per noi divertirci è fondamentale.

Avete paura di come sarà accolto il nuovo album?
No perché tutte le persone che lo hanno ascoltato ci hanno detto che è grandioso! Certo se inizio a chiedermi se il nuovo album venderà quanto il primo allora un po’ d’ansia mi viene, ma siamo già stati molto fortunati ad arrivare a farlo un secondo album.

Si dice che quando entrate in un pub inizia la festa, confermi?
Il pub per noi è come una seconda casa, durante la registrazione dell’album in mezzo alla campagna inglese, una volta la settimana raggiungevamo il pub del paese più vicino per staccare un attimo la spina, abbiamo instaurato un buon rapporto con i ragazzi del posto e ogni tanto amici e fans passavano a trovarci perché si era sparsa voce che tutti i venerdì eravamo lì.
Non siamo come quelle band che affittano la limousine, entrano nei locali attorniati da modelle e si fanno vedere che sniffano cocaina solo per finire sui giornali il giorno dopo e acquistare popolarità, a noi interessa scrivere buone canzoni, offrire un buono show, stare bene con noi stessi e se ci va di uscire andare al pub a bere una birra in tranquillità.