2 maggio 2009

TELEPATHE


Busy Gagnes e Melissa Livaudais sono le Telepathe (si pronuncia Telepatii), la nuova sensazine post avant-garde di Brooklyn, NY. Prodotto da mr. TV on The Radio Dave Sitek, Dance Mother è un album che scavalca i generi, partendo su beat e samples, incorpora rap, elettronica, shoegaze con un risultato che sconfina nel pop. Un cantato etereo in cui spesso le voci del duo s’incontrano creando ritornelli sognanti dal cuore dark, che suonano come una versione druggy e cerebrale delle Au Revoire Simone. Per incontrare Busy e Melissa siamo andati a Berlino al West Germany, centro sociale fatiscente, ritrovo dei cultural junkie della città a due passi dalla fermata Kottbusser Tor sulla U8. Location ad hoc per la musica delle Telepathe, in cui fumo, folla e suoni distorti al limite del sopportabile, si sono uniti a synth e a beat inpnotici, tutto impacchettato in una piccola stanza, creando psichedelia trascendentale su cui ballare, un’esperienza sensoriale unica.

Raccontateci qualcosa del vostro background:
Melissa: Ho cominciato a suonare la chitarra a quattordici anni, ho studiato teoria musicale, ho preso lezioni di piano e poi ho frequentato l’accademia d’arte visiva ma ho lasciato perdere presto perché mi annoiavo.
Busy: Mia mamma era una cantante quindi ho cominciato a suonare e a ballare sin da piccola. Il ballo è sempre stata la mia passione, sono diplomata all’accademia d’arte moderna.

Questa tua passione per la danza, s’incorpora in qualche modo nella vostra musica?
B: Mi piacerebbe incorporare la danza nei nostri video creando apposite coreografie ma per ora è solo musica.

Come vi siete conosciute?
M: A New York tramite amici comuni, un mio caro amico suonava nei Wikkid, avevano un concerto in città e cercavano un batterista perché il loro si era ammalato così chiese a me di unirmi alla band di cui anche Busy faceva parte, così ci siamo conosciute.

La vostre musica è un mix estraniante di generi, avevate chiaro in mente il vostro suono quando avete formato le Telepathe?
M: No, onestamente prima eravamo molto più orientate verso il rock, forse anche per le esperienze che avevamo alle spalle con i Wikkid e i First Nation. Ma poi abbiamo deciso che non volevamo più fare rock e abbiamo cominciato a comporre e ad arrangiare canzoni con strutture aperte ad ogni tipo di possibilità. Questo è quel che è successo.
B: Sì, abbiamo cominciato a comporre canzoni su beats costruendo semplici melodie, a cui aggiungiamo loop che mandiamo avanti e indietro. E’ un rapporto molto collaborativo e per ogni canzone abbiamo un’intenzione ben precisa.

Credo che il nome della band esprima subito il feeling che trasmette la musica, quale è nato prima?
M: Oh my God! Non lo so… Credo che prima sia venuto il nome (ridacchia) e poi abbiamo inziato a fare quasta indescrivibile musica pazza. Volevamo creare qualcosa che non fosse ovvio, e abbiamo cercato di mantenere le redini salde su questo concetto.

L’obiettivo è stato raggiunto, ma vorrei sapere se in modo spontaneo o se c’è stata una ricerca alle spalle…
B: Volevamo creare qualcosa che non si fosse mai sentito prima quindi prima abbiamo dovuto figurare nella nostra testa cosa fosse questo qualcosa (scoppiano a ridere entrambe). Dopodiche l’abbiamo fatto.

Dance Mother è un grower album, la prima volta che lo ascolti è straniante ma poi lo si assimila e sembra quasi un disco pop, si lascia persino cantare, cosa ne pensate?
M: Volevamo che in ogni canzone ci fosse un’elemento cantabile.
B: Siamo ossessionate nel creare “the most catchiest fucking music ever!”.

Come se la vostra intenzione è quella di far scoprire qualcosa di nuovo ad ogni ascolto…
B: Yeah! Melissa funziona, cool! E’ esattamente quel che volevamo.
M: Sì, creare canzoni ballabili e orecchiabili che mandano in trance chi lo ascolta.

E’ vero che David Sitek si è offerto spontaneamente di produrvi il disco perché è vostro fan?
M: Sì. Un mio caro amico, Nicky Mao degli Effi Briest amico che lo consoce gli ha fatto sentire i nostri provini e a lui sono piaciuti e ci ha chiamate. Non ci saremmo mai immaginate di ricevere un giorno una chiamata da Dave Sitek che ci diceva: “Hey perché non venite a registrare qui da me?” Ok…
B: Un mese in studio con Sitek, eravamo come bambine in un negozio di caramelle. A volte aveva delle idee folli e un modo di lavorare che ci rendevano nervose, ma poi il risultato era sempre incredibile. E’ un genio.

Come è stato lavorare con un genio della musica?
M: Dave è un mentore. Ha spogliato le nostre canzoni di ogni elemento superfluo, facendole diventare qualcosa di grande e ballabile.
B: Abbiamo imparato molto da lui, non sapevamo niente su come registrare un pezzo o produrlo, ci ha dato un sacco di nozioni tecniche, ora siamo più abili in studio.

Cosa succede a New York musicalmente parlando?
M: Abbiamo un sacco di amici che fanno musica, facciamo parte di una sorta di crew artistica che ha come base Brooklyn, c’è molto rispetto e ispirazione reciproca tra di noi.
B: Ma c’è anche molta inflazione, a New York chiunque suona in una band quindi bisogna saper scegliere.

Credete che la città sia cambiata negli ultimi anni?
M: Sì. E’ come se al momento tutto fosse sottomesso, saturato, tutto e più costoso per questo viviamo a Brooklyn. In un certo senso è come se qualcosa è morto e aspetta di rinascere.
B: Fortunatamente ci sono un sacco di comunità artistiche che reagiscono in modo creativo a questo torpore generale.

Qual è la vostra fonte d’ispirazione in città?
M: La stazione radio hip-hop Hot 97. La amo ed è la mia fonte d’ispirazione più grande, insieme ai sintetizzatori del mio amico White Williams.

La vostra personalità è simile alla vostra musica?
M: Sì, siamo totalmente insane di mente.
B: Siamo molto dark.
M: E poi quando non hai soldi e se licenziata da ogni lavoro saltuario che trovi in qualche modo bisogna arrangiarsi no? Così abbiamo deciso di fare musica folle per questi tempi bui.

Sulla copertina di Dance Mother indossate parrucche, vi piace giocare con i vestiti?
M: Sì, solo ci piacerebbe aver più tempo e più soldi per farlo.
B: Per noi è divertente, ci piace craere delle performance in cui indossiamo outfit particolari e balliamo. Credo sia un altro modo per esprimere la nostra personalità. Ci piacerebbe un giorno poter sviluppare un vero e proprio spettacolo da incorporare alla nostra musica.

Per cominciare vi siete fatte disegnare il merchandise dalla designer inglese Kete Moross, giusto?
M: E’ una nostra amica, amo il suo lavoro! E’ una ragazza davvero cool, e i suoi disegni geometrici sono perfetti per la nostra musica, ci piacerebbe farci fare dei visual per i nostri live.

Vi sentite parte della definizione avant-garde?
M: Eravamo sviluppato un forte senso di ribellione contro questo termine all’inizio, ma poi ho capito che ogni cosa oggi è avant-guard, oggi giorno ogni cosa è accettabile.
B: Per questo noi siamo post avant-gard.
M: In poche parole siamo musiciste pop.

Sapete comunicare utilizzando la mente?
M: Certo ma solo tra di noi.

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