26 settembre 2007

Kaiser Chiefs


Il football, la vita da pub, la vespa, gli underdog, il parka, il fango dei festival, le fabbriche di Leeds sono tutti elementi che fanno parte dell’immaginario dei Kaiser Chiefs, si percepiscono ascoltando le loro canzoni con cui la gente comune si è identificata eleggendoli miglior band del 2005 con Employment. Oggi esce il nuovo album, l’attesa è palpabile, tutti ci chiediamo se riusciranno a scrivere un altro inno da stadio come I Predict A Riot o un’altra hit da festival come Every Day I Love You Less And Less, al momento i dettagli sono pochissimi, ci sono cinque brani da ascoltare tra cui il singolo Ruby e un titolo ancora da decidere. Ricky Wilson, leader della band, sorride con i suoi occhi furbi e le guance arrossate, soddisfatto e impaziente di raccontarci com’è stato lavorare al seguito di un album nominato al Mercury Music Prize.

Il produttore del nuovo album è Stephen Street famoso per aver forgiato il suono di The Smiths, Morrissey e Blur, com’è caduta su di lui la scelta?
Avevamo carta bianca sulla produzione e non avevamo la minima idea di chi scegliere, poi riascoltando il nostro primo album in cui alcune tracce erano state prodotte da Stephen Street abbiamo deciso di ricontattarlo. Oggi pensandoci credo che Stephen è stato in grado di tirare fuori il meglio di noi, intendo da ciascun membro della band, solitamente un produttore tende a far suonare e risuonare la stessa canzone fino a quando non decide che va bene oppure cerca di inserirsi nei pezzi suonando la chitarra o altro in modo da lasciare una sua impronta. Stephen invece è stato in grado di far suonare i Kaiser Chiefs al loro meglio senza metterci mano, la cosa che più apprezzo del nuovo album è che sia ascoltato in macchina che suonato dal vivo è pazzesco e non mi sento presuntuoso nel dirlo.

Siete consapevoli di aver creato un suono originale e riconoscibile? Non ci sono molte band in circolazione in grado di farlo…
Grazie! Vedi, quando abbiamo scritto Employment non sapevamo ancora chi eravamo e dove saremmo andati, mentre oggi siamo consapevoli di essere i Kaiser Chiefs, questo ci ha fatto maturare musicalmente e ci ha permesso di ottenere un suono diverso ma immediatamente riconoscibile.

Il singolo Ruby come altre tracce dell’album ha un certo sapore ‘60, cosa vi ha portato verso queste sonorità?
Se penso alle canzoni degli anni '60 ce ne sono pochissime che non mi piacciono, io adoro quegli anni, c’è un programma radio in Inghilterra che si chiama Pick Of The Pops, l’ascolto tutte le settimane, il programma ripropone le canzoni degli anni ’60 meno conosciute e sono tutte bellissime. Ruby è stata ispirata da queste canzoni ma con questo ci tengo a precisare che non volevamo imitare il suono dei Beatles, perché è una canzone Kaiser Chiefs a tutti gli effetti.

E se ti dicessi che in Angry Mob sento un certo retrogusto anni ’80 cosa ne dici?
Io sono cresciuto negli anni ’80 può darsi che incondizionatamente abbia risentito di quel periodo ma non è stata una decisione intenzionale, anche se mi piacerebbe che un nostro album raggiungesse le cifre di vendita di quel periodo! Non va dimenticato che sul finire degli anni ’80 sono nati gli Stone Roses perché tutti quando si parla d’anni ’80 pensano ai Duran Duran che hanno scritto buone canzoni all’inizio anche se hanno raggiunto il successo con brani come The Reflex e io non me ne capacito, il testo è imbarazzante.

Spesso le band si lamentano d’essere schiave dei loro successi, vi è mai capitato di provare una sensazione simile?
Siamo stati in tour per un lungo periodo e con l’unico album che abbiamo fatto, ma non posso dire che siamo stanchi di suonare pezzi come I Predict A Riot perché la risposta dei nostri fans è incredibile e ci offre un’emozione diversa ogni sera. Certo eravamo veramente impazienti di metterci al lavoro sul nuovo materiale e di far provare al nostro pubblico sensazioni nuove.

Infatti siete partiti in tour per provare le nuove canzoni molto tempo prima dell’uscita dell’album, com’è stato?
E’ stato come rimettersi in discussione, siamo abituati ad avere di fronte un pubblico che conosce a memoria le nostre canzoni e le canta, invece provare i nuovi pezzi prima che esca l’album è un test, ed è come dover ricominciare tutto da capo. E’ molto rischioso ma emozionante e divertente, e per noi divertirci è fondamentale.

Avete paura di come sarà accolto il nuovo album?
No perché tutte le persone che lo hanno ascoltato ci hanno detto che è grandioso! Certo se inizio a chiedermi se il nuovo album venderà quanto il primo allora un po’ d’ansia mi viene, ma siamo già stati molto fortunati ad arrivare a farlo un secondo album.

Si dice che quando entrate in un pub inizia la festa, confermi?
Il pub per noi è come una seconda casa, durante la registrazione dell’album in mezzo alla campagna inglese, una volta la settimana raggiungevamo il pub del paese più vicino per staccare un attimo la spina, abbiamo instaurato un buon rapporto con i ragazzi del posto e ogni tanto amici e fans passavano a trovarci perché si era sparsa voce che tutti i venerdì eravamo lì.
Non siamo come quelle band che affittano la limousine, entrano nei locali attorniati da modelle e si fanno vedere che sniffano cocaina solo per finire sui giornali il giorno dopo e acquistare popolarità, a noi interessa scrivere buone canzoni, offrire un buono show, stare bene con noi stessi e se ci va di uscire andare al pub a bere una birra in tranquillità.

Hey Willpower


Hey Willpower è il nuovo progetto dell’eccentrico Will Schwartz cantante del gruppo indie Imperial Teen, “Voglio invadere il mondo del pop e dargli nuova vita” è il proposito con cui sono nate le canzoni di P.D.A. un turbinio di pop, rap ed elettronica omaggio di Will ai suoi artisti mainstream preferiti quali Beyoncè, Janet ed Eminem.

Cosa ti ha spinto a creare Hey Willpower?
Volevo fare qualcosa che avrebbe riflesso maggiormente la mia identità perché negli Imperial Teen abbiamo un rapporto decisionale molto democratico, mentre con Hey Willpower voglio far vedere a tutti quali sono le mie vere piume ed esplorare la musica da cui sono ispirato maggiormente che è il pop, senza vergogna e senza scuse.

Normalmente le band indie hanno paura della parola pop e se ne stanno bene alla larga mentre tu gli dichiari apertamente il tuo amore, è un paradosso…
La musica è nata come pop, ci sono canzoni bellissime e non vedo il motivo di averne paura quando la verità è che tutti vorrebbero scrivere un pop hit. Il sogno di qualsiasi artista è quello di scrivere un hit per la radio, il pop fa parte della nostra cultura e per una volta ho cercato di provare a farne parte. Non ho vergogna di dire che io amo il pop e ascolto moltissimo la radio, con Hey Willpower ho cercato di capire le basi di questo fenomeno.

Descrivici la tua musica:
Musicalmente l’album è un tributo ai miei idoli, come Beyoncé, Dr.Dre, Missy Elliot, è un album totalmente consumabile che predilige un suono poco pulito e spontaneo all’artificio tirato a lucido. Musicalmente mi sento molto vicino alle produzioni di Jimmy Jam and Terry Lewis (Janet Jackson, Crystal Waters, Boyz II Man, Mya, Usher. n.d.g.). Anche la campagna dell’album con me ha petto nudo vuole essere un omaggio alle copertine degli album di rapper come 50 cent o Eminem sempre pronti a mostrare il loro vigore, mi sono detto: “Se lo fanno loro posso farlo anche io!”.

Qual è la formazione live degli Hey Willpower?
Dipende dalle location, normalmente abbiamo un tastierista, un laptop, io alla voce e alle mie spalle ci sono dei ballerini sincronizzati che variano di numero secondo l’occasione, in genere sono amici che mi porto in giro secondo la loro disponibilità, cerchiamo di divertirci e di intrattenere ironia.

Come reagiscono le persone di fronte al vostro spettacolo?
Non ci sono vie di mezzo, a volte rimangono impietrite con la bocca spalancata, altre ridono e altri ancora ballano e urlano come isteriche proprio come succedeva ai concerti dei Beatles.

Onestamente pensi che un giorno sentirai mai una tua canzone far parte di una Top 40 radiofonica?
Certamente, più che pensarci lo spero proprio! E’ una possibilità, perché dovrei escluderla? Ci sono segni che me lo fanno sperare come la reazione che le persone hanno ai concerti e il sentire molte canzoni brutte alla radio, mi da speranza.

Com’è stato aprire i concerti di band come Le Tigre e Scissor Sisters?
Grandioso, sembrava di essere a “Queerland”, come stare tutti insieme appiccicati in un club a ballare, c’era un senso di comunità grandioso, un’atmosfera magica e gioiosa e poi è risaputo: ai gay piace ballare!

Chi sono i tuoi idoli?
Michael Jackson, Andy Warhol, Missy Elliot e Bjork.

Bloc Party


Me lo immagino Kele Okereke, leader dei Bloc Party, girare per le strade di Londra con un registratore in presa diretta per catturare i suoni della sua città: scale mobili, grandi magazzini, uccellini che cinguettano a Hyde Park, la voce fredda e metallica di un annuncio alla stazione dei treni, un po’ come Philip Winte il protagonista di Lisbon Story di Wim Wenders fece per le strade di Lisbona. Sono questi rumori disseminati traccia dopo traccia lo spunto da cui nasce A Weekend In The City secondo album dei Bloc Party, band rivelazione del 2005 con il magnifico Silent Alarm.Un album che va vissuto come un viaggio, inizia al tramonto sul calare della notte con canzoni cupe e aggressive e finisce all’alba dove tutto è più calmo, assopito e malinconico. La vellutata voce di Kele raggiunge territori sino ad ora inesplorati mentre la batteria frastagliata e ossessiva di Matt Tong padroneggia ancora in ogni singolo brano che esprime con testi toccanti l’urgenza di voler cambiare un mondo che fa sempre più schifo. Abbiamo indagato su com’è nato questo ambizioso album già candidato tra i migliori del 2007 proprio con Kele e Matt.

Com'è nata l’idea che sta dietro a A Weekend In The City?
Kele: Ho cominciato a pensare a quest’album alla fine del nostro tour Europeo, di ritorno a Londra avevo voglia di rivedere i miei amici che lavorano in città e di divertirmi con loro nel mio primo weekend libero a casa dopo molti mesi. E’ stato in quei giorni che ho prestato attenzione al comportamento delle persone e a come vivono il weekend e alle cose che fanno, il titolo è nato prima d’ogni cosa e da lì ho iniziato a catturare i suoni della città trasportandoli dentro le nostre canzoni, cercando di catturare l’essenza di Londra. Credo che in quest’album soprattutto le persone che già ci consocono possono capire il percorso evolutivo che abbiamo intrapreso.

I testi del nuovo album sono più profondi e a volte legati all’attualità rispetto al precedente, viaggiare in tour vi ha fatto vedere di persona cosa realmente accade intorno a noi?
K.: Viaggiare rende coscienti, ti permette di avere una visione realistica di cosa sta realmente accadendo, se il nostro primo album era la visione di quello che avevamo intorno, della nostra vita di quartiere, questa volta ho proprio voluto prestare attenzione e dare anche voce alla mia generazione ma da un punto di vista più totale.
A mio parere siete tra le poche band che negli ultimi anni sono riuscite a creare un proprio suono, ne siete consapevoli?
K.: Grazie, è il complimento più grande che possa farci.
Matt: Non è facile riuscire ad estraniarsi da tutto quanto ci circonda e cercando di creare qualcosa di diverso e avvincente, né tanto meno trovare qualcuno che t’incoraggi nel farlo, oggi tutti cercano la fotocopia del prodotto che funziona, noi non siamo interessati a questo tipo di omologazioni e abbiamo sempre fatto di testa nostra.

La canzone in cui si sente maggiormente il tipo di lavoro che avete fatto è Hunting For Witches, in cui i rumori della città s’insinuano nella musica come se fossero stati spezzettati e ricomposti, il risultato è affascinante, meticoloso e ambizioso. Avete impiegato molto a raggiungere un risultato come questo?
M. : Per questo genere d’effetti ci siamo fatti consigliare molto da Jacknife Lee che ha prodotto l’album, siamo andati in Irlanda a registrare per non farci distrarre da un ambiente famigliare. Jack ci ha insegnato molti trucchi, lui è un genio della tecnologia e ci ha aiutato ad estrapolare le idee dalla testa di Kele e a metterle in pratica.

L’impressione che ho avuto ascoltando l’album è che le canzoni sono state disposte con un criterio preciso, l’inizio è aggressivo, il centro più dark e il finale epico, sei d'accordo o il vostro intento è un'altro?
K.: Direi che ci hai preso, perché l’idea era quella di iniziare con un impatto drammatico, proseguendo con qualcosa di più introspettivo e dinamico finendo con un mood più corretto, come un viaggio che inizia e finisce, abbiamo pensato a lungo alla disposizione dei pezzi.

Nel pezzo Uniform attaccate MTV e di Internet, è una presa di posizione contro i media che cercano di imporre alle nuove generazioni cosa è cool?
K.: In realtà è più un attacco alla cultura teen che canali come MTV o siti Internet impongono ai giovani dicendogli cosa indossare, cosa ascoltare e con cosa giocare, gli mettono davanti agli occhi armi e ragazzine sexy distraendoli dalla realtà.

The Cooper Temple Clause


Quello dei The Cooper Temple Clause è un mondo cupo, dove suoni sintetici estranianti si accavallano a chitarre distorte e voci manipolate, la band di Reading figura tra le proposte musicali più interessanti e innovative in circolazione negli ultimi anni, ma purtroppo non hanno mai ricevuto la giusta attenzione, il loro Kick Up The Fire, and Let the Flame Break Loose è un capolavoro che andrebbe riscoperto. Oggi esce Make This Your Own il terzo album e alle atmosfere sopra citate si aggiunge un nuovo elemento che potrebbe far diventare il gruppo più popolare: il pop appunto. No, i TCTC non sono diventati commerciali, ma un rilevante cambiamento in formazione li ha portati a rimettersi in gioco, accantonando gli sperimentalismi a favore di melodie ballabili, senza perdere lo stile oscuro e paranoico che li accompagna dagli esordi. Sono passati per Milano in occasione di un incendiario dj set Kieran Mahon basso e tastiere e Tom Bellamy basso, anima elettronica e seconda voce della band.

Durante le registrazioni Didz Hammond chitarrista e membro fondamentale nella band vi ha abbandonato per unirsi ai Dirty Pretty Things di Carl Barat. E' stato un cambiamento drammatico? Avete tenuto le canzoni che avevate iniziato a scrivere con lui o è stato come un nuovo inizio?
Non abbiamo preso male la notizia, siamo amici e ci conosciamo da molto tempo quindi ci auguriamo sempre il meglio, se questa era la decisione che avrebbe fatto stare bene Didz perché ostacolarlo? Siamo tuttora ottimi amici e onestamente questa dipartita ha dato ai Cooper l’occasione di rinascere, ricominciando attraverso nuovi stimoli e mettendoci in discussione più di quanto avremmo fatto se Didz fosse rimasto nella band.

Cosa vi ha spinto verso questa direzione più melodica?
Abbiamo avuto più tempo a disposizione per comporre quest’album e abbiamo avuto modo di evolvere la nostra musica attraverso diverse fasi provando e riprovando senza pressioni, all’inizio pensavamo che Make This Your Own sarebbe stata la continuazione ideale di Kick Up The Fire… ma più suonavamo e più ci accorgevamo che stavamo prendendo una nuova direzione, la struttura delle canzoni prendeva nuove forme più lineari e immediate rispetto alle precedenti e anche più melodiche, sorprendendo persino noi stessi. Make This Your Own è più vicino al rock tradizionale, ci siamo accorti che spesso le persone erano intimidite dal nostro suono così abbiamo cercato di renderlo più accessibile pur mantenendo la nostra identità, abbiamo sempre avuto rispetto per quelle band che hanno avuto il coraggio di cambiare.

Nel nuovo album avete anche abbandonato quel senso di oppressione claustrofobica che ha caratterizzato i suoi predecessori, oggi siete più positivi?
Oggi siamo più maturi, questo è l’album della nostra maturazione, ci sono meno bugie nelle nuove canzoni e c’è più di noi stessi ma leggendo i testi ritroverai tutte le nostre paranoie, quelle sono sempre dietro l’angolo ad aspettarci.

Come mai avete scelto di affidare la produzione finale dell’album a Chris Hughes famoso negli anni ’80 per aver prodotto e suonato in due storiche band: Adam & the Ants e Tears For Fears?
Proprio perché negli anni ’80 ha prodotto album grandiosi e non ha mai smesso di farlo, anche se il suo nome oggi non figura tra i produttori top continua a fare ottimi lavori, negli anni ’90 ha prodotto anche i Gene. Chris è arrivato dopo che avevamo lavorato in pre-produziuone con Dan Austin nostro caro amico, e ci ha aiutato a fare chiarezza sulle canzoni, ci ha fatto capire che a volte il nostro suono era troppo pulito facendoci sviluppare ulteriormente ogni singola traccia, inoltre è un vero maestro alle tastiere elettroniche. Abbiamo imparato molto da lui, è un vero personaggio.

Oltre che per la vostra musica siete famosi per i vostri dj set, che musica vi piace suonare?
Siamo molto per l’elettronica più che per il rock, ci piacciono molto i TV On The Radio, le produzioni dei Soulwax, il progetto Simian Mobile Disco, e i classici come Prodigy, The Chemical Brothers, Primal Scream mischiato a qualcosa di rock old school come Iggy Pop e David Bowie. Ci piace molto far ballare la gente, è gratificante e divertente al tempo stesso, spesso suoniamo al Barfly di Londra quindi se passate da quelle parti veniteci a trovare.

The Killers

Brandon Flowers è un ragazzo strano, ti scruta con i suoi occhietti neri e furbi e sul volto ha sempre un mezzo sorriso, una sorta di ghigno di chi la sa lunga, è difficile capire se ti prende in giro o se recita una parte, forse il successo dei The Killers gli ha dato alla testa ma dopo avergli visto cantare dal vivo le canzoni del nuovo album Sam’s Town direi che il suo ego si è ridimensionato, un paio di anni fa era impettito e strafottente nel suo completo di paillettes mentre oggi padroneggia la scena e sotto i baffetti western che si è fatto crescere ride e interagisce con si suoi fans. Questi ragazzi di Las Vegas hanno talento, certo sarebbe più corretto dire che è Brandon ad averlo perché gli altri spariscono al suo cospetto, non hanno carisma, non hanno presenza, è lui il capo, è lui che ha il dono di scrivere bellissime melodie che funzionano al primo ascolto, per questo chi si ostina a definirli i nuovi U2 ha torto, ma poi perché bisogna sempre fare paragoni, guardiamo in avanti per una volta perché i The Killers è lì che stanno.

Quanto il successo del primo album ha pesato sulla stesura del nuovo?
Onestamente non abbiamo ancora avuto il tempo di assorbirlo questo successo, dalla fine del tuor di Hot Fuss all’inizio delle registrazioni del nuovo album abbiamo avuto una pausa di due sole settimane. Anche se avremmo voluto nessuno di noi è riuscito a staccare la spina e a dimenticarsi i The Killers per un po’, certo siamo consapevoli del successo ma non si siamo messi a tavolino a studiare il suono del nuovo album anzi abbiamo cercato di recuperare l’atteggiamento spensierato con cui abbiamo composto le nostre prime canzoni, quando non eravamo consapevoli di chi o cosa saremmo diventati. Quello che so è che abbiamo sempre cercato di mantenere un livello compositivo standard alto, non siamo una band che si accontenta facilmente.

Il vostro suono è maturato molto, ascoltando Sam’s Town sembra quasi che avete saltato un disco come se fosse il terzo e non il secondo, qualè la tua opinione?
Intanto grazie, credo che tutti i concerti che abbiamo fatto ci hanno aiutato a crescere come musicisti, da band inesperta ci siamo trovati immersi in questa grande esperienza che ci ha fatto crescere, non credo che il processo di creazione di questo album sia stato diverso dal primo, solo che questa volta eravamo più coscienti di cosa stavamo facendo e meno innocenti.

Dove si trova Sam’s Town, la città che dà il titolo all’albm?
Se lo dovessi chiedere ad ogni membro della band ciascuno di noi ti darebbe una risposta diversa anche se in realtà è una zona di Las Vegas dove c’è un Casinò per noi locali, non frequentato da turisti. Io lo immagino come un posto astratto in cui ritrovarsi per ascoltare l’album, è un po’ come Strawberry Fields o Penny Lane dei Beatles che sono posti reali ma che acquisiscono significati diversi nelle canzoni.

Avete lavorato all’album con Flood e Alan Moulder storici partner di Depeche Mode e U2, cosa pensate abbiano aggiunto alla vostra musica?
Mi piace immaginare che Alan e Flood fossero per noi come dei professori del college, ci hanno aiutato a concretizzare le nostre idee chiedendoci quali fossero, dove volevamo andare e chi volevamo divenatre, ci hanno indirizzato verso la nostra strada. Non avevamo mai lasciato che nessuno si avvicinasse così tanto al nostro lavoro ma loro sono stati molto naturali, dei veri mentori.

C’è un altro elemento che vi lega ai gruppi sopra citati, l’aver utilizzato per le foto promozionali e per il video di When We Where Young l’occhio di Anton Corbijn, coincidenza?
Noi siamo dei garndissimi fans del lavoro che ha fatto con Depeche Mode e U2 perché ha uno spirito veramente rock’n roll, la cosa che più apprezziamo in lui è che scatta in modo molto naturale come se stessimo girando un film e ne coglie l’attimo senza mai farci posare.

Credo che Sam’s Town sia un album meno immediato del precedente, mi sembra che avete imboccato una via più rock e avete osato con atmosfere vicino al bolero, all’opera e sovraincisioni corali, tu come la vedi?
Si, perché questo è il nostro primo vera album in studio, con Hot Fuss avevamo un sacco di demo già fatti siamo entrati in sala di incisione e li abbiamo registarti, credo che anche per questo le canzoni del primo album siano più dirette. Questa volta abbiamo avuto tempo di provare e mettere mano più volte ai pezzi, e credo che le canzoni vengano più dal cuore ma non credo che questo album sia meno pop del primo è solo che necessita un paio di ascolti in più.

Cosa ascoltano i The Killers sul tour bus?
Gli album solisti di John Lennon e Gorge Harrison, Yes, The Who, Bruce Springsteen, molti oldies in pratica.

In questi giorni come supporter avete gli Howling Bells, come scegliete i gruppi che aprono i vostri concerti?
Oltre ai cd che portiamo di mano nostra sul bus girano sempre moltissimi album di artisti emergenti che ascoltiamo a caso, quando ci accorgiamo che un cd staziona nello stereo per più di due volte allora vuol dire che ci piace e li invitiamo a suonare con noi.

Ti senti cresciuto come paroliere?
Credo di aver capito le potenzialità delle nostre canzoni, di quanta gente riusciamo a raggiungere e di conseguenza mi sono fatto carico di questa responsabilità. Il primo album era un mix tra realtà e finzione ma questa volta è più personale proprio perché i Killers sono consci di quello che sono diventati.

Come siete riusciti a convincere Tim Burton a girare il video di Bones considerando che è il primo video che firma?
Abbiamo semplicemente contattato l’agente e in breve tempo ci ha risposto dicendoci che l’avrebbe fatto perché è un grande fans dei The Killers. Non possimao che esserne compiaciuti inoltre è stata una bella esperienza e il video è molto figo.

Per concludere mi racconti qual è la cosa più strana che vi è successa on stage?
Ce ne sono molte ma quella che più mi ha impressionato è successa durante una data del tour americano a Sacramento, stavamo suonando una bside che si intitola Under the Gun nel cui testo dico “Kill me now”, proprio mentre cantavo quella strofa una ragazza è riuscita a salire sul palco gettandosi ai miei piedi con un capio al collo! Più strano di così…

Grunge


Un giorno qualunque dell’estate scorsa, mi trovavo in un Esselunga e indossavo una tshirt dei Nirvana senza maniche con foto del trio in bianco e nero e sfondo american flag quando un ragazzino di quattordici anni circa mi si avvicina e con timore mi chiede: “Scusi, dove ha preso la maglietta?” io gli rispondo “ Al concerto” e lui incredulo corre a chiamare la madre urlando “Mamma! C’è un signore che ha visto il concerto dei Nirvana!” E’ stato in quel momento che, dopo essermi sentito vecchio per un istante, mi sono messo a pensare. Avevo pescato quella t-shirt a caso dall’armadio, senza accorgermi di indossare un pezzo di storia della musica e di averne fatto parte. Nato poco dopo la metà degli anni’80 a Seattle, USA, il grunge diventò un movimento di massa generazionale agli inizi degli anni ’90, i massimi esponenti del genere furono Nirvana, Pearl Jam, Alice in Chains, Smashing Pumkins, Melvins, Mudhoney, Soundgarden e Stone Temple Pilots seguiti a breve dalle band femministe dette riot grrrl come Hole, L7 e Babes in Toyland anche se i puristi del genere tendono a non voler mischiare le due cose. Gli emarginati dalla società avevano finalmente trovato chi dava loro una voce, grazie ad un’etichetta di Seattle l’oggi storica Sub Pop, la prima a credere in questa realtà nascente. Sporchi e sgualciti tutti gli esponenti del grunge si trascuravano esteticamente, capelli sudici e tinti, smalti su unghie mangiate, maglioni bucati e cappellacci di lana a voler distogliere l’attenzione su di se a favore dell’importanza delle parole e della violenza della musica, spesso anche mal suonata, come per esprimere il desiderio e l’urgenza di manifestare il proprio disagio. Nato dalla fusione di punk e metal il grunge affronta nei suoi testi temi come la depressione, la passività di fronte agli eventi, il mal di vivere e la tristezza del quotidiano in una società che a metà degli anni ’80 si trovava ad affrontare piaghe come la disoccupazione e la droga, proprio Seattle in quegli anni figura nella top ten delle città più colpite dall’uso di eroina. Proprio l’uso di droghe e il malessere interiore sono stati il cocktail micidiale che ha ucciso questo movimento nei primi anni ’90, anni in cui giovani sconosciuti come Kurt Coban, Eddie Vedder o Chris Cornell si sono ritrovati ad essere contrariamente al loro volere e al loro modo d’essere, idoli di milioni di teenagers, strumentalizzati dai mass media e dai tabloid scandalistici in attesa di una nuova overdose da sbattere in prima pagina. Il 5 aprile 1994 Kurt Cobain Ë trovato morto nella sua casa a Seattle, si dice si sia sparato in bocca ma qualcuno ancora oggi sostiene che la moglie Courtney Love lo abbia fatto ammazzare per garantirsi un futuro agiato in quanto in possesso dei diritti di tutto il catalogo dei Nirvana. Il grunge finisce così insieme alla sua icona, quella che ho avuto modo di vedere ventenne con i capelli verdi e rosa e le unghie nere il 24 febbraio 1994 all’allora PalaTrussardi di Milano, in quello che fu il terzultimo concerto della band.

My Brightest Diamon (italian/english)


Stretta collaboratrice dell’enfant prodige del folk Sufjian Stevens l’americana Sarah Worden alias My Brightest Diamond pubblica il nuovo album Bring Me the Workhorse, un lavoro intimista partorito da un immaginario fiabesco che traccia dopo traccia, si attorciglia alle caviglie sotto forma di nebbia e lentamente ci avvolge, facendoci entrare nel suo mondo magico e notturno.

La tua voce è unica, quando l’hai scoperta e cosa pensi sia la cosa più importante da imparare per poter cantare?
Tutti i bambini sono in grado di cantare, solo che la maggior parte ad un certo punto della loro vita sfortunatamente smettono di farlo. Dico questo per far capire alle persone che da sempre desiderano cantare di non ascoltare gli stupidi che dicono loro di non avere una voce speciale. Non conta tanto quanto uno studia, io non sarà mai Maria Callas, ma questo non significa che non posso migliorare come cantante. La cosa più importante per me è non darsi limitazioni e continuare a camminare facendo in modo che il nostro viaggio si compia. E’ un processo molto spaventoso perché veniamo spogliati da ogni maschera, ma le scelte e le libertà che otterremo varranno la messa in gioco della nostra vulnerabilità.

Qual è stato il tuo percorso musicale? So che hai iniziato a cantare guardando i video di Withney Houston e Mariah Carey, confermi?
Si! Ma cominciamo dall’inizio: il mie primi vero amore sono stati soul e rhythm & blues, crescendo a Detroit ho avuto modo di ascoltare molta buona musica alla radio e nei locali. Per molto tempo ho desiderato diventare una cantante soul e infatti i miei primi lavori erano indirizzati verso quelle sonorità, ma poi ho capito che era un genere che non mi permetteva di evolvermi stilisticamente. Solo dopo aver capito cosa voleva fare la mia voce ho iniziato a dare spazio ai miei altri interessi: la musica classica e il rock. Nell’album ci sono ancora alcune influenze soul le puoi sentire in brani come The Good and the Bad Guy e Workhorse. Il prossimo album sarà molto più classico ma sogno di fare un album dance, vedremo.

Ti viene facile nella tua musica unire il rock all’opera?
Assolutamente no! Chiunque abbia fatto questo tipo di lavoro come Antony, Andrew Bird o Bjork hanno dovuto affrontare diverse prove prima di ottenere un risultato, per non parlare delle difficoltà dell’inserire nelle canzoni un quartetto d’archi. In essenza la musica classica ha tantissime dinamiche di spazio, tecniche e raggi emozionali che io cerco di trasportare nel moderno attraverso un song writing personale.

Dalle tue foto si percepisce che ti piace giocare con ruoli e costumi, come ti vesti nel quotidiano?
I vestiti possono diventare l’espressione di come ti senti ma oggi non mi preoccupo più di indossare lo stesso stile ogni giorno. Certo è divertente celebrare la creatività attraverso i vestiti, ma dipende dal mio umore, a volte sono pigra e me ne frego del mio aspetto.

Sul tuo sito ho visto che ti sei esibita alla Spiegeltent (www.spiegeltent.org), una tenda da circo anni ’30 curata nei minimi dettagli che ogni estate si ferma a New York, me ne parli?
Spiegeltent è questa incredibile vecchia tenda circense itinerante che viene montata al Pier 17 di New York ogni estate per circa un mese. Ci sono musical e spettacoli di cabaret differenti ogni notte, per questo l’ho scelto come location per il release party dell’album. Da grande fan di Tom Waits ho sempre avuto tra le mie fantasie quella di mollare tutto e unirmi al circo, per me suonare a Spiegeltent è stato l’avverarsi di un sogno.

Chi è la tua icona e perché?
Quando ero piccola i miei genitori erano molto restrittivi riguardo al guardare la tv (grazie a Dio!), ma mi era permesso guardare Wonder Woman, la serie cult interpretata da Linda Carter. Per me è diventata immediatamente un’eroina, ricordo che usavo un pezzo di corda come lazzo, i bracciali d’oro di mamma diventavano i bracciali del poter e dopo aver indossato un top rosso facevo una piroetta in salotto e mi trasformavo in Wonder Woman. A quattro anni feci le piroette troppo vicine al calorifero e così ci picchiai la testa contro! E’ stata una caduta drammatica che mi ha portato due cerotti a forma di farfalla sulla fronte facendomi guadagnare attendibilità come supereroe davanti a tutti i miei amichetti. Nella mia immaginazione di bambina diventò il veicolo d’espressione per esprimere potere e abilità, per credere che il bene trionfasse sul male e apprendere la bellezza della femminilità. Probabilmente c’ispirerà per sempre.

Per finire, mi descrivi com’è il tuo diamante più scintillante?
Se tutti i diamanti realizzati per il pubblico e il loro valore di mercato cadesse drasticamente, i diamanti avrebbero meno valore monetario ma non perderebbero di significato per le persone che li possiedono. Non puoi attribuire un dollaro di valore a qualcosa che per te è molto prezioso. Questo è il concetto da cui il nome della band ha preso origine, perché qualcosa che per me era molto importante si è in seguito evoluto in qualcosa da condividere, la mia musica, il credere che la bellezza cambi il mondo e che l’immaginazione porta luce e conoscenza, per questo è importante coltivarla e perseverarla. Non è questo quello che vogliamo dall’arte? Il sentire, il cercare il significato e sperimentare la conoscenza.

ENGLISH TEXT

You have a beautiful and unique voice, when did you discover it and what do you think is the most important part of learning to sing?
Every child sings, its just that some people stop singing for some unfortunate reason. I say that just to make a point to people who have always wanted to sing but were afraid or won't try because some stupid person told them they had to be born with a special voice. Of course no matter how much I study, I will never be Maria Callas, but that doesn't mean I can't grow as a singer. So maybe that's what I would say is the most important thing, not deciding what your limitations are as a singer, but rather to keep working and allow the journey to happen. It's a very scary process because all of our masks are ripped off, but the choices and freedoms we gain are worth facing that vulnerability.

What can you tell me about your music process? Is it true you have started singin’along to Mariah Carey and Whitney Houston video?
Yeah! Bit let’s start from the beginning: my first real love was definitely soul and rhythm and blues. Growing up near Detroit, there was a lot of good music on the radio. For a long time I really wanted to be a soul singer so my first record was more in that direction, but after Word was finished and I began writing new songs, I could not forsee a path that gave me options for a stylistically diverse musical future. I also had to reckon with what my voice WANTED to do, so I had to begin to look at my other interests, which were in classical music and rock. I think there are still remnants of soul, in songs like The Good And The Bad Guy or in Workhorse. It's something I want to keep searching for...the next album is a lot more classical and I'm dreaming up a dance record, so we'll seeing.

It’s an easy process for you mixing opera and rock music together?
No it's not easy! Anyone who has done this work, andrew bird, antony, bjork, run into certain challenges and the main issue, at least with string quartet. In essence classical music is so rich in dynamic range, emotional depth and technique, so I want to find ways to bring those things into modern, personal song writing...

It’s seems that you really like play with costumes and roles, how do you dress in everyday life?
Clothing can be an expression of how you feel but I am not worried anymore about wearing the same style every day. And creativity is a really fun thing to celebrate in clothing. Sometimes I have the energy for it and go all out and other times I'm very lazy about my appearance.

Trough your website I’ve discovered Spiegeltent, a beautiful place where you are going to play, is it a kind of music circus? What can you tell me about it?
Spiegeltent is this incredible old tent that sets up on Pier 17 in New York for about a month and yes it looks like a circus tent! There are cabaret and musical acts that are booked each night and we will be playing our cd release there. As a huge fan of Tom Waits and having my own fantasies of joining the circus, it's a dream come true for me to play the tent.

Who is your icon and why?
When I was little my parents were pretty restrictive about our television watching (thank goodness!) but we were allowed to watch Wonderwoman, the tv series with Linda Carter. She quickly became a hero. I'd dress up with a piece of rope for lasso, mom's jewlery for the gold arm bands of power, a red tank top and take a swirl about the living room to turn into Wonderwoman. When I was about 4 I was spinning a little too close to the fireplace and fell, knocking my head into the bricks! It was a dramatic fall, but then I had two butterfly bandaids put on my forehead, which gave me bragging rights to all my friends about the challenges of being a superhero.
To my child's imagination, she became the vehicle of expressing power and capability, of good forces conquering the bad, and of the beauty of femininity. May she inspire us
forever.

At last, can you describe me how it looks your brightest diamond?
If all of the diamonds were released to the public and the market value dramatically decreased, then diamonds would have less monetary value but there would be no lessening of significance or of meaning in the diamonds people possess- You can't put a dollar amount on something that is precious to you. That's initially what the band name was about, describing a relationship that was of the highest value to me and over time the meaning has changed from such a personal one to something more about sharing what is dear to me, music, the belief that beauty changes the world and is important to cultivate and preserve, that the imagination can bring light and revelation. Isn't that we all want from art? To feel, to find meaning, to experience an enlightenment